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Chi è
Esperta di economia internazionale e terrorismo. Ha pubblicato vari libri; l'ultimo uscito è 'Kim Jong-Un - Il nemico necessarioi'.
A cento anni dalla fondazione del partito comunista cinese non è facile fare il bilancio di un’istituzione che ha creato un sistema politico-economico e sociale unico al mondo. Certo il successo del partito nel processo di modernizzazione del Paese è innegabile: oggi gestisce la seconda più grande economia al mondo; alimenta un sistema militare ad altissima tecnologia; governa una nazione composta da moderne metropoli dove vive una classe media imprenditoriale; offre alle nuove generazioni università e centri di ricerca eccellenti che mirano a trasformare la Cina nel polo mondiale dell’alta tecnologia.
Ma non siamo ancora al traguardo disegnato un secolo fa. Prossima tappa il 2049, anno in cui cade il centenario della nascita della Repubblica popolare cinese, quando il partito comunista conta di completare la trasformazione del Paese "in una moderna nazione socialista, forte, democratica, civilizzata ed armonica". Sono queste le parole ricorrenti nella narrativa che il partito ha usato negli ultimi cento anni per descrivere il modello che si prefigge di creare, concetti che fuori della Cina appaiono contraddittori. Come può il socialismo coesistere con la democrazia? Ebbene ciò è possibile perché il concetto di democrazia cinese non ha nulla a che vedere con quello nostro che poggia sul diritto di voto e sull’alternanza politica attraverso elezioni democratiche. Democrazia in Cina è sinonimo di un sistema di bilanciamenti sociali che permette alle masse di far sentire la propria voce e di influenzare decisioni politiche chiave. Questo dialogo politico tra popolazione e leadership avviene attraverso i canali di comunicazione del partito.
Il maggior successo del partito comunista negli ultimi cent’anni è stato riuscire a gestire tutte le contraddizioni endemiche al modello cinese. L’abilità è stata capire che in questa nazione la modernizzazione doveva seguire un certo ritmo, le riforme non dovevano essere troppo veloci altrimenti avrebbero creato il caos né dovevano essere troppo lente perché avrebbero costretto l’economia a stagnare. Un’azione che ha richiesto aggiustamenti continui perché la natura socialista del modello cinese tende a far scivolare il sistema verso il totalitarismo.
Così alla morte di Mao Deng Xiaoping ha smembrato il culto della persona che il primo aveva creato per restituire al partito il potere e la responsabilità di agire da cinghia di trasmissione tra la base e l’apice della piramide. Deng, che era stato vittima della rivoluzione culturale, ha introdotto controlli ed equilibri che hanno frenato il potere dei leader e concesso sufficiente libertà per far fiorire un’economia di mercato. Pilastro della filosofia politica di Deng è il concetto di leadership collettiva, dove il processo di modernizzazione è il risultato del contributo della collettività, in primis dei membri del partito ma anche degli input provenienti dalla popolazione.
La più cruciale di queste riforme è stata l’introduzione nella costituzione del limite dei due mandati quinquennali. Molti temono che la rimozione da parte di Xi Jinping sia il preludio di un ritorno al culto della persona e si domandano se il partito sarà in grado di riportare il timone sulla rotta giusta, è troppo presto per provare a rispondere ma di certo per farlo ci sarà bisogno della lungimiranza di un nuovo Deng.
03-07-2021 21:30



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