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Se la natura è malata lo diventeremo anche noi
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Luca Mercalli
Chi è
Climatologo, docente universitario e presidente della Società italiana di meteorologia
Il coronavirus segna forse il ritorno di una natura matrigna, da combattere a suon di tecnologia per riconquistare appena possibile il dominio su di essa? O non è forse l’ennesimo avvertimento di uno squilibrio ecologico globale? Se si legge l’avvincente saggio "Spillover" di David Quammen, uscito nel 2014 per Adelphi, sembra proprio che l’emergere di nuovi virus aggressivi sia dovuto alla sempre più invasiva attività umana nei territori residuali della vita selvatica.
I virus albergano in serbatoi naturali, in genere animali selvatici nel cuore delle foreste più o meno intatte. Più gli uomini, per motivi di sfruttamento agricolo, minerario, forestale, urbanistico, si insinuano in queste regioni e vengono accidentalmente a contatto con gorilla, scimpanzé, pipistrelli, più aumenta la probabilità che un virus animale possa compiere il temutissimo salto di specie, o "spillover", diventando patogeno e trasmissibile anche per noi. Quindi ecco che arriviamo alla pressione ambientale: con il crescere della popolazione mondiale e con l’avida ricerca di cibo e materie prime che caratterizza le comunità umane, il disturbo e l’appropriazione fuori controllo di quanto resta della vita spontanea del nostro pianeta diviene una nuova fonte di rischio sanitario.
È quanto riportato anche nell’articolo "Sustainable development must account for pandemic risk" (Lo sviluppo sostenibile deve considerare anche il rischio pandemia) comparso in febbraio sui Proceedings of the National Academy of Sciences a firma di Moreno Di Marco e altri 17 colleghi operanti tra Italia, Stati Uniti e Australia. Le loro conclusioni sono che "gli ecosistemi intatti possono giocare un importante ruolo di regolazione delle malattie mantenendone le dinamiche naturali nella vita selvatica e riducendo la probabilità di contatto e la trasmissione del patogeno tra gli esseri umani e il bestiame da allevamento". Si rimarca qui il concetto di "One World, One Health", ovvero un solo mondo, una sola salute, che deve vedere un approccio integrato di ricerca, di azione e di legislazione tra esseri umani, animali e ambiente. Se l’ambiente è malato lo diventeremo pure noi.
È chiaro a questo punto come tutte le alterazioni ambientali, dalla perdita di biodiversità alla deforestazione, dal consumo di suolo all’acidificazione degli oceani, dalla dispersione di rifiuti ai cambiamenti climatici, abbiano un ruolo interconnesso che si può riflettere anche sulla salute dell’umanità. Paradossalmente l’emergenza sanitaria coronavirus l’ha mostrato in senso opposto: con il blocco di gran parte delle attività industriali, dei trasporti aerei e della mobilità delle persone, sia in Cina sia in Europa si è visto un miglioramento della qualità dell’aria e una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, a riprova che il danno ambientale è anche conseguenza della frenesia della produzione e del movimento dei quasi otto miliardi di abitanti del pianeta.
Se da un lato speriamo tutti che la crisi coronavirus passi presto senza pagare un prezzo troppo elevato in vite umane, certamente sarà importante un profondo ripensamento sulla struttura economica delle nostre società. Sarebbe un errore riprendere tutto come prima, in tal caso l’effetto benefico del fermo sanitario temporaneo verrebbe annullato in breve tempo, mentre se si riuscisse ad applicare una più incisiva azione per il contenimento delle emissioni proprio sulla base dell’esperienza vissuta, ovviamente non sotto l’incalzare della catastrofe ma nella serenità della programmazione di lungo respiro, allora si potrebbero iniziare a risolvere anche i problemi ambientali. Altrimenti la scienza è chiara: così come aveva ben previsto la pandemia, toccherà poi scrivere le stesse cose per i cambiamenti climatici, le estinzioni di specie, la perdita di suolo fertile, in sostanza l’alterazione irreversibile del nostro unico pianetino.
22-03-2020 01:00



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