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Mariarosa Mancuso
Orchi e melodrammi
non scaldano Cennes
Mariarosa Mancuso
Chi è
Saggista, critica cinematografica, ha studiato filosofia e scrive di cinema per la Rsi. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe.
Siamo arrivati a Cannes convinti che avremmo visto film d’arte e cultura. Magari un po’ noiosi ma impegnati. Ha aperto il festival un polpettone spagnolo che neppure sembra girato da Asghar Farhadi, l’iraniano che incantò con "Una separazione", premio Oscar 2012.
Attirato dai divi Penelope Cruz e Javier Bardem, ha scritto e diretto "Todos lo saben", l’esatto contrario dei suoi film precedenti. Lì i toni erano pacati, e succedevano drammi. Qui i toni sono esagerati - dalla recitazione con la mano sul cuore di Javier Bardem, alle occhiaie disegnate sul volto di Penelope Cruz, mamma a cui hanno rapito la figlia - e non passa un briciolo di emozione. Tranne l’idea, già nota: le famiglie sono nidi di vipere.
Al momento il più bel film visto al festival è "Donbass" di Sergei Loznitsa, tredici tostissimi episodi dalla guerra in Ucraina, nazionalisti contro filo-russi. Non era in concorso, che ha accolto invece l’altro russo Kirill Serebrennikov: agli arresti domiciliari per aver stornato fondi destinati al suo teatro (dicono i nemici) o perché avverso a Vladimir Putin (dicono i nemici, per aggravante il sostegno alla comunità gay).
"Leto" racconta la scena rock degli anni 80 a Leningrado, quando per suonare bisognava passare l’esame e dimostrare di non essere debosciati come gli occidentali. Un triangolo alla Jules e Jim, filmato in bianco e nero - come è in bianco e nero "Cold War" del polacco Pawel Pawlikowski: si era fatto notare qualche anno fa con con "Ida", tragico sunto di storia polacca: qui passa al melodramma, ritmato da canzoni popolari. Niente a che vedere con la violenza, le esplosioni, il grottesco, i linciaggi, le catacombe, le fake news di Donbass e dintorni.
Sul fronte "buoni sentimenti", c’era in concorso anche "Yomeddine" di A. B. Shawky (produttrice la giovane e graziosa Dina Emam, anche in Egitto qualcosa cambia). Comincia in un lebbrosario, con vicino un orfanotrofio - entrambi piuttosto in rovina, siamo lontani dalla capitale. Dopo il funerale della moglie, Beshay vuole ritrovare la famiglia che lo aveva abbandonato da piccolo, con un cappuccio in testa per nascondere la deformità. Si mette in viaggio con un asino, un carretto, un allegro orfano nubiano su cui posare gli occhi, quando i segni della malattia in primissimo piano sono faticosi da sopportare. On the road succedono incidenti, per fortuna qualche regista da festival ancora si preoccupa di tenere sveglio lo spettatore. Arriva un discorsetto sui diversi e sui deformi, che però saranno tutti uguali di fronte a Allah.
Nel genere "cose mai viste" (e che speriamo di non rivedere mai più) Un Certain Regard proponeva "Gräns" (vuol dire confine), diretto da Ali Abbasi, danese di origine iraniana. Una poliziotta infallibile - dall’aspetto neanderthaliano, all’attrice son servite ore di trucco - riconosce ai controlli doganali le persone che mentono, hanno paura o vergogna. Annusa i contrabbandieri di alcool e i pedofili. Ha un’esitazione, e sbaglia, solo davanti a un viaggiatore dal volto strano come il suo. Bambini e cani reagiscono nervosamente alla sua presenza, non i cervi e le volpi. Viene fuori - reggetevi a qualcosa - che è un troll. Pure lui è un troll, convinto che l’umanità sia una sciagura per il pianeta. Ma se uno la pensa così, non sarebbe più coerente ritirarsi nella foresta e lasciar perdere il cinema?
13-05-2018 01:00


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