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GLI SCENARI di Luigi Bonanate
Immagini articolo
Parte il dialogo
tra Serbia e Kosovo
Luigi Bonanate


Chi si ricorda ancora della guerra del Kosovo? È una storia di quasi vent’anni fa, quando la Serbia di Milosevic fu fermata dalla Nato nel suo tentativo di incorporare i territori kosovari di antica discendenza serba. L’Onu si assunse - in via provvisoria e interlocutoria - l’impegno di custodire la specificità nazionale-etnica del Kosovo fino al raggiungimento di una soluzione definitiva.
Che non c’è stata, ma che nelle settimane scorse ha segnato un evento avvero straordinario, non tanto per la soluzione della questione, ma per le implicazioni di metodo che il suo successo implicherebbe. La notizia è questa: Serbia e Kosovo hanno intrapreso delle conversazioni relative alla pacificazione reciproca che era finora impedita dall’esistenza di una sorta di doppia enclave: una serba in Kosovo, e una kosovaro/albanese in Serbia. L’idea, in sé semplicissima, è di scambiare due porzioni di territorio e di anime, che appartengono a determinati soggetti giuridici (degli stati) cambiando semplicemente la loro titolazione: certi serbi diventano kosovari, e dei kosovari diventano serbi! Non stiamo neanche a discutere la portata storico-economico e culturale dello scambio (a questa ipotesi si potrebbero opporre molti e anche sensati argomenti), ma consideriamone la portata "rivoluzionaria": quante volte nella storia si sarebbero potuti evitare conflitti, scontri, guerre, se diverse popolazioni, con i loro rappresentanti politici, avessero scelto la via dello scambio per risolvere le loro contraddizioni telluriche ed etniche?
Appare certo un po’astratta l’idea che si scambino case, vie e piazze in cambio di altrettante in un altra parte del pianeta... In certi casi, meglio sarebbe, addirittura, la relativa abolizione dei confini, almeno nella misura di consentire  movimenti e accordi diretti tutte le volte che ne sia il caso. Potrebbe trattarsi di una grande innovazione per quanto riguarda la società internazionale: la novità sta nel "questo per quello" (tit for tat) che è ben diverso dal puro e semplice tentativo di sottrarre un territorio , senza dar nulla in cambio, di espropriare dunque o espellere una popolazione dalla sua terra storica senza indennizzarla adeguatamente. Ci vuole prudenza, naturalmente, quando si mettono le mani su questioni che hanno a che fare con etnie e retaggi storici; ma quanto meno dolore morte e distruzione si sarebbe potuto avere durante la guerra della ex-Jugoslavia se la regione Bosnia-Erzegovina avesse potuto essere sottoposta a un trattamento di questo tipo? Visto che si parla sovente, da tempo, di confini da rinsaldare o da superare, ecco l’esempio di un modo civile e pacifico di risolvere delle controversie. Non è che così tutto diventi facile, ma il modello sembra apprezzabile.
E adesso, Grecia e Macedonia (ex-Fyrom) hanno trovato (forse) l’accordo sul nome  che quest’ultima vuol darsi: Macedonia del nord. Il nome evoca una storia grandissima e antichissima, e i greci avrebbero preferito tenersi i ricordi di Alessandro magno. Ma quella terra si chiama così da millenni:  per una volta, forse, la ragionevolezza la spunta.
16-09-2018 01:00
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