Dopo l'attacco alla Siria lo scontro si sposta all'Onu
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Lampi di guerra
e fulmini su Trump
GUIDO OLIMPIO


Dopo le bombe sulla Siria il canto della vittoria. Donald Trump, ripetendo l’infausta espressione di Bush, ha parlato di "missione compiuta". Il Pentagono ha sostenuto che il programma chimico siriano è stato rimandato indietro di tre anni e ha avvertito: "Siamo pronti a colpire ancora". E se gli Usa mostrano i muscoli, Vladimir Putin si è affrettato ad ammonire Washington sui rischi, parlando di una "aggressione degli Usa e dei suoi alleati". Al Palazzo di vetro dell’Onu il suo rappresentante, Vasily Nebenzya, ha rincarato la dose protestando duramente. Assad, poi, ha diffuso video tranquillizzanti, a sottolineare che il blitz non lo ha neppure scalfito o impensierito. La Francia, secondo tradizione, ha sottolineato l’impegno delle sue forze militari. Insomma tutti hanno vinto, tranne gli oppositori della dittatura, chiaramente delusi dalla portata ridotta della punizione decisa da Washington. Avrebbero voluto di più.
Nella notte tra venerdì e sabato, come ormai era atteso, un dispositivo alleato, composto da Usa, Francia e Gran Bretagna, ha preso di mira una serie di installazioni militari in Siria, compresi tre centri che erano usati da Damasco per sviluppare i gas. Ritorsione dopo il massacro di Douma, con decine di civili soffocati da sostanze tossiche. Gli impianti colpiti erano stati peraltro evacuati e la Russia - secondo diverse fonti - avvertita. Comunicazione diretta per evitare il coinvolgimento dei soldati russi, circostanza che avrebbe alla fine potuto innescare una risposta bellica.
Anche questo è l’esito di un lungo dibattito. Mentre il presidente statunitense alzava i toni via twitter facendo pensare ad una mazzata massiccia i suoi generali predicavano prudenza. Trump avrebbe chiesto all’inizio un’operazione estesa, ma il segretario alla Difesa Mattis - l’uomo che fa da moderatore agli eccessi di The Donald - ha insistito sulla necessità di limitarsi ad una missione "mirata", ridotta nei tempi e nelle dimensioni. Scelta saggia al fine di evitare una conflagrazione globale. Posizione che il responsabile del Pentagono mantiene sin dal primo giorno del suo incarico. Non è certo un debole, bensì un professionista consapevole dei rischi. Già un mese fa aveva espresso il suo no quando la Casa Bianca aveva contemplato la possibilità di uno strike. Una macchina da lavoro, poco abituato a sprecare parole: non a caso lo chiamano "il monaco".
Seguendo questa traccia il terzetto alleato ha lanciato oltre un centinaio di missili usando navi e aerei, dai bombardieri B1 ai Tornado della Raf. Gli inglesi si sono "dedicati" ad una installazione nel settore di Homs. Americani e francesi agli altri target. L’alto numero di ordigni risponde a due necessità: creare il maggior danno possibile, saturare le difese avversarie. Tra qualche giorno capiremo meglio gli esiti, visto che i russi sostengono che la maggior parte dei cruise sono stati intercettati. C’è ovviamente una partita propagandistica dove ognuno vuole mettere in difficoltà l’altro. E questo riguarda anche la responsabilità del dramma di Douma con i contendenti che si scambiano accuse. Sul luogo dovrebbero recarsi presto gli ispettori internazionali anche se la loro indagine non sarà facile. Infine la valutazione più generale. Quanto è avvenuto in queste ore è parso un pericoloso show, dove ognuno ha interpretato una parte. A cominciare dal principale protagonista, Donald Trump, certamente troppo loquace e che in qualche modo, con i suoi moniti, si è legato le mani. In Siria restano tutti i nodi della crisi: le vittime tra i civili, le distruzioni, i profughi, il settarismo, la repressione, il pericolo jihadista e la mancanza di un futuro.
Non solo. La presenza massiccia di forze straniere, con parti del Paese sottratte al controllo del regime, è una mina potente. La prossima sfida riguarderà l’Iran che mantiene in Siria più di un piede e vorrebbe usare questa "base" per premere su Israele. Gerusalemme ha detto che non lo permetterà.
15.04.2018


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