L'appello della mamma di una bimba di 10 anni di Bellinzona
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"Mia figlia ha paura
dei bulli della scuola"
MAURO SPIGNESI


Una volta è tornata a casa con la pancia viola, aveva i segni dei colpi. Un’altra volta l’ho dovuta accompagnare all’ospedale, perché mentre rientrava a casa le hanno tirato un sasso. Le hanno diagnosticato un trauma cranico. Oggi mia figlia arriva davanti alla scuola e quasi non vuole entrare perché ha paura", racconta Elena Piarsica, che lavora nel campo della ristorazione a Bellinzona. La protagonista di questa storia è sua figlia che ha compiuto dieci anni a dicembre. È una bambina intelligente, sveglia, tanto che nonostante abbia fatto parecchie assenze ("senza un’ora di sostegno pedagogico") nel primo quadrimestre ha raccolto una pagella con tutte sufficienze. Ha un solo, piccolo problema, che si trascina dalla nascita, cioè un lieve ritardo motorio. "Ma non per questo - racconta Piarsica - deve essere sistemata, come è accaduto in seconda elementare, in una classe speciale". Da lì, da quella classe, sarebbero iniziati i guai.
Perché la bambina non si è trovata bene con gli altri quattro compagni, tutti più grandi di lei. Da qui una prima richiesta d’aiuto per cambiare scuola, "anche perché - racconta la donna - mia figlia non aveva bisogno di essere inserita in un corso speciale visto che a livello d’apprendimento e di studio non ha alcun problema. A parte qualche leggera incertezza quando scrive in corsivo, che tuttavia si può tranquillamente risolvere". Dopo la richiesta di trasferimento inascoltata, la donna ha presentato ricorso al Consiglio di Stato. Il ricorso è stato accolto e dunque la bambina, secondo quanto racconta la mamma, doveva rientrare nella scuola normale. Un istituto vicino a casa. "Ma quando siamo andate il primo giorno di scuola non risultava iscritta - racconta Piarsica - e alla fine ha perso tre settimane prima di iniziare le lezioni. Poi è stata inserita in un istituto lontano da casa, tanto che mia figlia doveva essere accompagnata dalla Croce verde e dovevo pagare dieci franchi al giorno, che si aggiungevano ai costi di fisioterapia ed ergoterapia. Ho chiesto che venisse trasferita in una scuola vicino a dove viviamo e dove lavoro, anche perché la bambina poteva mangiare con me all’ora di pranzo e poi perché qui, nel nostro quartiere al centro di Bellinzona, dove lavoro io, lei si sa muovere tranquillamente, la conoscono tutti e non ha paura. Ma nulla".
Nel frattempo sono emersi i contrasti con gli altri bambini nella scuola lontano da casa. "Mia figlia - racconta la donna - mi ha detto che è stata picchiata. Ma quando l’ho fatto presente ai responsabili dell’istituto mi hanno detto che i bambini devono risolvere i problemi tra loro, mi hanno fatto capire che io esageravo. Ma mia figlia con me si è confidata e mi ha raccontato come veniva trattata da alcuni, non da tutti, suoi compagni".
Del caso si sono interessate anche le colleghe del locale dove lavora la donna. L’hanno sostenuta, l’hanno aiutata nei momenti difficili. "Ma quando ho capito che mia figlia prendeva ancora colpi e veniva schernita, l’anno scorso ho fatto una segnalazione alla polizia e tutto è momentaneamente rientrato. L’intervento dell’agente con il quale avevo parlato - spiega ancora la donna - è effettivamente servito. Poi quest’anno i problemi si sono ripresentati e ho recentemente fatto una seconda segnalazione alla polizia".
Due avvocati, diversi ricorsi, lettere, spese sanitarie, sono costi che una donna sola che deve fare i conti con un unico salario non riesce a sostenere. "Sto pagando pian piano tutte le spese. Non chiedo nulla, non chiedo favoritismi o altro, non accuso nessuno. Vorrei unicamente che mia figlia possa trovare il posto giusto nella scuola vicina a casa".

mspignesi@caffe.ch
10.02.2019


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