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I 'dati di confine' analizzati dal direttore al Sacco di Milano
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"Penso che i frontalieri
non siano un pericolo"
FRANCESCO ANFOSSI DA MILANO


Una cosa che mi incuriosisce molto dell’epidemia coronavirus in Canton Ticino",spiega il professor Massimo Galli, direttore del reparto di malattie infettive dell’ospedale Luigi Sacco di Milano, uno dei massimi esperti in Europa in questo campo, "è capire come è arrivato il contagio dalle vostre parti. Capire se è arrivato dall’Italia, cosa che mi pare improbabile, o che giro ha fatto per giungere fino a Lugano e in tutto il cantone. Mi interesserebbe molto, vorrei approfondire, magari facendo una telefonata al mio amico e collega Enos Bernasconi per discuterne con lui, confrontando i dati, le sequenze, le mappature del contagio e le altre informazioni epidemiologiche".
Secondo lei il canton Ticino potrebbe riaprire le frontiere ai 67 mila frontalieri italiani che fanno la spola con la Svizzera?
"Non siamo ancora in condizione di riaprire niente nemmeno in Italia, però lo dovremmo essere entro due o tre settimane, considerando l’andamento dell’epidemia. Chiaramente ci vorranno delle prudenze e le prudenze necessarie sono legate al fatto che tutto - anche in Ticino - dovrebbe essere riaperto con mascherine, guanti, distanza individuale di un metro, un metro e mezzo, due e possibilmente con un ampio uso dei test rapidi come pre screening,  per andare a valutare poi quelli trovati positivi se sono positivi per il tampone oppure no e infine dividendo i guariti da coloro che sono ancora malati avendo nell’organismo il virus".
Dal momento in cui l’Italia riapre si potrebbero aprire anche le frontiere o si dovrebbe aspettare ulteriormente per altri giorni o settimane?
"È una delle valutazioni che l’Italia dovrà fare, non solo la Svizzera. Anche se può sembrare un paradosso, è la stessa valutazione che ha fatto la Cina per l’area di Wuhan e per tutta l’area del Paese. La Cina ha riaperto all’interno, ma ha chiuso all’esterno, per evitare di avere cavalli di ritorno, che il contagio cioè rientrasse dall’estero. Non è escluso che l’Italia dovrà fare lo stesso per impedire che il contagio rientri da altri Paesi in cui l’epidemia è ancora in corso".
Ma la Svizzera come dovrebbe comportarsi con i frontalieri, secondo il suo parere, aprire o no le frontiere? E quando?
"È una decisione che dovrà essere affrontata direttamente dalle due funzioni governative. Ma secondo me da sempre i frontalieri non sono mai stati il principale problema di trasferimento dell’infezione dall’Italia alla Svizzera. Io ho la netta sensazione che l’infezione nei cantoni elvetici non sia arrivata direttamente dai frontalieri italiani, quanto per giri diversi. Ripeto, non ho l’informazione, la ricostruzione diretta dei dati epidemiologici, mi piacerebbe discuterne coi miei colleghi svizzeri, ma non credo che i frontalieri rappresentino un problema significativo per quanto riguarda il rischio di infezione da voi".
Cosa glielo fa pensare?
"Se non altro il fatto che le province dove abitano i frontalieri non sono state tra le più colpite in Italia dal fenomeno del Covid19. Il Varesotto e il Comasco hanno percentuali molto basse di contagiati, idem Sondrio . Dovrei vedere la provincia di Verbano Cusio Ossola. Il Comasco è stato interessato, ma sulla bassa comasca, non al Nord. L’impressione è che il grosso problema epidemiologico noi italiani lo abbiamo avuto in tutta l’area metropolitana milanese, a Bergamo, Brescia, Cremona, tutta la zona del Lodigiano, molto meno verso la Svizzera. Poi però i vostri casi da dove arrivano? Questo esattamente non lo so e sarebbe interessante capirlo".
19.04.2020


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