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Guido Bondolfi e le conseguenze psicologiche del Covid
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"È l'incertezza a fare male,
non si vede una fine certa"
PATRIZIA GUENZI


Lo si temeva e ora la conferma c’è. La salute mentale sta pagando un prezzo altissimo al Covid-19. Depressioni, psicosi e dipendenze, situazioni di burn out sono aumentati. Studi scientifici sottolineano un incremento dei disturbi sia nelle persone già affette da una malattia mentale, sia in chi è stato contagiato dal coronavirus, sia nella popolazione in generale. "A fare più male in questa situazione è l’incertezza - spiega il professor Guido Bondolfi, psichiatra e psicoterapeuta, ordinario di psichiatria alla Facoltà di medicina dell’Università di Ginevra -. Anche nelle prove più difficili c’è sempre un orizzonte in cui si riesce ad intravvedere un cambiamento, un miglioramento. Qui no". In quella che a tutti gli effetti si sta dimostrando una pandemia bis, nessuno sa per quanto si andrà avanti in uno stato di emergenza.
In questi mesi è emerso chiaro che il Covid-19 oltre a minare il fisico possa avere conseguenze neuropsichiatriche nel lungo termine causate dallo stato iper infiammatorio indotto dal virus. Se l’Organizzazione mondiale della Sanità, in tempi ancora non sospetti, aveva previsto che i disturbi mentali sarebbero diventati i più diffusi al mondo entro il 2030, con la pandemia il trend ha subito un’accelerata. L’incertezza non solo sanitaria ma anche economica, che ha messo in ginocchio numerose attività, ha contribuito non poco a un netto incremento dei sintomi depressivi in alcune fasce di popolazione. Senza dire dell’isolamento sociale, acutizzato dalla paura del contagio, del lutto che ha colpito numerosi nuclei familiari. "In tutti noi, chi più chi meno, c’è un’ansia anticipatoria, che è una sensazione di disagio, angoscia e paura che si presenta al solo pensiero di dover affrontare una situazione considerata rischiosa o altamente spiacevole. E chi già soffre di disturbi di ansia può facilmente scompensare".
L’Università di Basilea recentemente ha fatto due studi. Il primo durante il periodo di semi confinamento di aprile. Il secondo tra l’11 maggio e il 1 giugno. Anche una volta ripresa quasi del tutto il ritmo pre-Covid, un’alta percentuale degli intervistati dichiarava di sentirsi più stressato rispetto a prima. Marcel Tanner, presidente dell’Accademia svizzera delle scienze e capo del gruppo di esperti di salute pubblica della task force Covid, sottolineava l’importanza di tenere conto in questa crisi anche dei problemi di salute mentale, poiché determinano il funzionamento del tessuto sociale e quindi dell’economia. Tra i fattori principali dell’aumento dello stress, i cambiamenti sul posto di lavoro o di formazione, e il peso di una vita sociale limitata. "Il fatto di non avere contatti sociali, o comunque di averli dovuti diminuire di molto, fa male ai più giovani. Sono loro i più penalizzati". Un dato interessante emerso in questi mesi è che le donne, che durante la prima ondata si sono ammalate meno o in modo meno grave, hanno però sofferto di più per l’ansia e la depressione. Ciò conferma un elemento noto, la maggior predisposizione del sesso femminile a sviluppare disturbi della sfera ansioso-depressiva.  
Una cosa è certa. Su tutti, a pesare è l’impossibilità di non potersi più muovere liberamente, di dover ridurre al minimo i contatti sociali, di non potersi toccare, di avere timore l’uno dell’altro. "Tutto ciò riduce quegli aspetti più umani che ci aiutano a compensare altre mancanze - osserva l’esperto. Paradossalmente abbiamo notato che nel periodo di confinamento durante la prima ondata del virus, con le tante restrizioni delle libertà cui abbiamo dovuto sottostare, le persone più gravi, quelle che avrebbero avuto bisogno di un sostegno sono quelle che non hanno chiesto aiuto. Solo dopo, quando la situazione è un po’ migliorata si sono rivolte a uno specialista. Prima avevano paura di contagiarsi. Il che rende ancora più subdolo e potenzialmente pericoloso questo virus".
p.g.
31.10.2020


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