Cosa c'è dietro i nuovi afflussi di capitali nelle banche
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Lo scambio automatico
fa bene alle banche
MAURO SPIGNESI


La crescita progressiva è durata sino a Natale, poi l’afflusso di capitali dall’Italia è pian piano rallentato. Nulla a che vedere comunque con i tempi d’oro della piazza finanziaria, quando le banche versavano 80, anche 100 milioni (come nel 2005) di gettito fiscale cantonale. Ma intanto questa ripresa ha garantito agli istituti ticinesi - secondo dati della banca dei regolamenti internazionali di Basilea - oltre 13 miliardi di franchi. A questa spinta, secondo diversi esperti, ha contribuito anche lo scambio automatico d’informazioni e la caduta del segreto bancario: chi aveva soldi in nero, si è affrettato a regolarizzarli.
E ora, che succederà, continuerà la crescita? "Perché si possano ripetere le fughe di capitali verso il Ticino, il governo italiano dovrebbe entrare in una nuova fase critica", spiega Franco Citterio, direttore dell’Associazione bancaria ticinese (Abt). Gli italiani, insomma, si sono spaventati per le mosse dell’esecutivo romano, che prima ha minacciato l’uscita dal mercato unico, poi ha avuto difficoltà a far accettare a Bruxelles la manovra finanziaria. "Dati precisi su questo afflusso di denaro non ne abbiamo - continua Citterio - sicuramente però c’è stato parecchio movimento: adesso comunque la situazione si è normalizzata. L’impressione è che queste fasi si ripetano a ogni crisi".
Un’impressione condivisa dal professor Pietro Nosetti, docente alla Supsi e all’Usi, e specializzato in storia economica (ha scritto il saggio "Il settore bancario in Ticino. Origini, crisi e trasformazioni 1861-1939"), secondo il quale "flussi e deflussi di capitali storicamente si sono ripetuti. A cominciare dagli Anni ’30. Ora con la caduta del segreto bancario non è che tutto si sia fermato, l’attività è andata avanti. E questo dimostra che l’attrattività della nostra piazza non era solo il segreto ma anche altri fattori, come le differenze monetarie, fiscali, la stabilità politica, oltre le difficoltà dei Paesi d’origine di chi porta qui i soldi. Vanno poi considerati i nuovi prodotti finanziari e la possibilità di investire su una piazza internazionale". Ma il futuro non passa per le turbolenze italiane. "A noi interessa più un discorso di gestione patrimoniale che di deposito di liquidità - spiega Citterio - il cliente che sposta fondi dall’Italia alla Svizzera e poi, passata la buriana, li riporta nel suo Paese non è in cima alle nostre priorità. Il nostro obiettivo è poter accedere ai mercati Ue dalla Svizzera. Ma, com’è noto, questo ostacolo va superato nell’ambito dell’accordo quadro con l’Unione europea".
E tuttavia la caduta del segreto bancario e l’introduzione dello scambio automatico d’informazioni, che per molti avrebbero provocato una catastrofe, sembra si siano trasformati in un’opportunità. "Certo, perché i soldi custoditi in nero oggi sono regolarmente dichiarati - spiega Sergio Rossi, ordinario di macroeconomia e di economia monetaria all’Università di Friborgo - e questo è un bene per tutti. Ma innanzitutto per noi, perché se la nostra piazza finanziaria vuol essere la migliore deve combattere ad armi pari. Con il segreto bancario questo concetto era solo sulla carta". Gli istituti con la scelta del "denaro pulito" stanno piano piano - come osservano alcuni esperti bancari - rivedendo le strategie e rieducando i clienti. "Oggi di capitali non dichiarati non ce n’è più - conferma Citterio - e chi detiene averi in Svizzera lo fa alla luce del sole".
 La possibilità di scambiare dati tra autorità fiscali, poi, in Ticino ha fatto emergere 2,2 miliardi nel 2018 da parte di 3.098 contribuenti che hanno aderito all’autodenuncia ("emersione volontaria senza incriminazione") e hanno regolato conti e proprietà immobiliari, spesso detenute all’estero. Soprattutto in Italia, dove lo scambio automatico è stato esteso ormai a 103 Paesi. Tra l’altro stanno cadendo anche gli steccati di alcuni importanti paradisi fiscali, come Macao e Vanuatu, Paesi con i quali ormai c’è lo scambio d’informazioni.
"È nell’indole dell’italiano portare i soldi al riparo quando cresce l’incertezza nel suo Paese - afferma Ercole Levi, membro del Consiglio dell’Associazione svizzera di gestori di patrimoni -. Ma noi come gestori non abbiamo riscontri oggettivi di movimenti tra l’Italia e la Svizzera". Levi ritiene tuttavia verosimile che negli ultimi mesi ci sia stato un flusso di soldi. "Qualcosa di vero ci dev’essere - ammette -. Ma immagino che il denaro sia finito nelle banche e non da noi gestori patrimoniali".

mspignesi@caffe.ch
17.02.2019


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