Il gap strutturale delle industrie nei confronti della Cina
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L'industria dell'auto
in ritardo sull'elettrico
LORETTA NAPOLEONI


La narrativa corrente vuole che la Brexit sia l’elemento chiave della tempesta perfetta che si è abbattuta sull’industria automobilistica europea. A scatenarla è stata la decisione dell’Honda di chiudere lo stabilimento di Swindon, con la conseguente perdita di lavoro di 7.000 operai, che molti hanno attribuito all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Ma i motivi veri della crisi profonda che il settore automobilistico sta attraversando vanno ben oltre le tendenze secessionistiche all’interno dell’Ue o il caos politico scatenato dalla Brexit all’interno del parlamento britannico, piuttosto sono legati alla ristrutturazione tecnologica di un settore chiave del capitalismo mondiale, quello automobilistico, sia a livello di produzione che a livello di consumo dell’auto, cambiamenti radicali che le imprese europee non hanno saputo anticipare.
I problemi dell’industria automobilistica europea, dunque, sono più  strutturali che ciclici. l’Europa è in netto ritardo rispetto all’Asia ed agli Stati Uniti nell’inevitabile processo di transizione verso l’auto elettrica, prova ne è il fatto che negli ultimi dieci anni le imprese automobilistiche europee hanno investito pochissimo nella creazione delle infrastrutture necessarie per sostenere questa transizione. I motivi? Mancanza di lungimiranza o arroganza industriale? Forse non lo sapremo mai, resta però il fatto che lo scarto è preoccupante e ha proiettato la concorrenza asiatica e statunitense, che invece si è mossa bene e per tempo, in una posizione di netto vantaggio. Questa è una critica straordinaria per un continente che si presume è sempre stato all’avanguardia dell’ingegneria automobilistica.
La causa vera dell’imminente chiusura della fabbrica di Swindon ha dunque poco a che vedere con la Brexit e molto invece con la miopia dell’industria automobilistica europea. Il ragionamento dell’Honda e di altre imprese simili è semplice: tra dieci anni, la gente non comprerà più auto a benzina o a diesel e dato che l’industria britannica, sostanzialmente di proprietà straniera, e quella europea sono tecnologicamente e strutturalmente indietro rispetto ai concorrenti asiatici ed americani, perché produrre automobili nel Regno Unito o in Europa? Molto più logico è farlo in Asia, continente che le proiezioni ci dicono sarà il mercato dove si registrerà la crescita della domanda più vigorosa, ed esportarle nell’Unione europea, che di certo non ne impedirà l’importazione, al contrario  finirà per non imporre tariffe doganali sulle auto elettriche.
Naturalmente questo ragionamento fila solo se l’industria automobilistica europea non riuscirà a recuperare lo svantaggio adesso che ha capito cosa è successo. La Volkswagen ha messo in cantiere di costruire 3 milioni di veicoli elettrici all’anno entro il 2025; il governo tedesco e francese ha accettato di investire miliardi di sussidi nella produzione di batterie europee, persino il governo britannico conta di investire 246 milioni di sterline per incentivare lo sviluppo di tecnologie per la produzione di batterie. Iniziative, ahimè, che arrivano troppo tardi in un settore che da anni è scosso dai cambiamenti profondi del capitalismo moderno.
03.03.2019


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