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Nei primi 9 mesi dell'anno il deficit globale è esploso
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Il debito cresce sempre più
non resta che conviverci
LORETTA NAPOLEONI, ECONOMISTA


Siamo nel bel mezzo dello tsunami del debito, così alcuni economisti descrivono i livelli eccezionali di indebitamento che la risposta dei governi alla pandemia ha prodotto nel 2020. I numeri sono impressionanti: nei primi nove mesi dell’anno il debito globale, comprensivo di quello pubblico, privato e delle imprese, è aumentato di 50 mila miliardi di dollari. Secondo le proiezioni dell’Istituto della finanza internazionale, un’associazione internazionale di istituzioni finanziarie, entro la fine dell’anno l’indebitamento mondiale toccherà quota 277 mila miliardi di dollari, pari al 365 per cento del Pil mondiale - nel 2019 questa percentuale era 320 per cento.
Lo tsunami del debito non ha però ridotto in macerie alcuna economia né provocato un crollo epocale degli indici di borsa. Al contrario, la generosa offerta di liquidità proveniente dalle banche centrali e dai grandi serbatoi di risparmio ha soddisfatto l’eccezionale domanda di credito. Le imprese americane hanno piazzato emissioni di titoli massicce, circa 1,4 miliardi di dollari, e per la prima volta nella storia la Riserva federale le ha sottoscritte. Non solo imprese come la Apple, che hanno beneficiato ampiamente dalla pandemia, ma anche società duramente colpite dal lockdown, come la Boeing che nel 2020 ha emesso titoli per 25 miliardi di dollari, hanno attinto senza problemi al mercato del credito.
Neppure i settori altamente rischiosi sono stati penalizzati tant’è che le emissioni dei cosiddetti junk-bonds nel 2020 sono salite del 70 per cento per un valore complessivo di 337 miliardi di dollari. Persino le società croceristiche sono state in grado di piazzare obbligazioni sul mercato senza problemi.
Il debito sembra essersi sganciato dal rischio e trasformato in un bene da tenere in portafoglio. Alla radice di questa incongruenza finanziaria c’è l’incentivo ad assumere rischi sempre maggiori, incentivo prodotto dalla scomparsa del costo del denaro a tassi zero e dalla certezza che questi non saliranno nel prossimo futuro. In altre parole, anche una volta superata la pandemia difficilmente vedremo gravitare i tassi. È questa convinzione che rende la crisi del debito unica.
Ad attutire la paura dell’inflazione e dell’insolvenza sono anche le grandi riserve di risparmio, cresciute da quando negli ultimi anni la discesa dei tassi d’interesse si è intensificata. Allo stesso tempo le dimensioni del debito sono talmente enormi da rendere assurda l’idea che possa essere ripagato fiscalmente. Nell’attesa di trovare una soluzione, i tassi devono necessariamente rimanere bassi o a zero. Questo in breve il motivo per cui l’atteggiamento degli investitori nei confronti del rischio è cambiato.
La pandemia ha dunque acuito un’anomalia già presente nell’economia mondiale, e cioè la sproporzione tra debito e Pil mondiale e l’impossibilità di riequilibrare il rapporto attraverso la tassazione. Non ci rimane che convivere con un debito in costante aumento; di certo fino alla fine dell’emergenza Covid il problema non verrà neppure affrontato ma, ahimè, prima o poi tutti i nodi necessariamente vengono al pettine.
05.12.2020


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