In Svizzera sesso e stupefacenti generano 4,6 miliardi
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Droga, prostituzione...
misurano la ricchiezza
PATRIZIA GUENZI


T utto fa Pil. Alla Svizzera che ogni cosa analizza e contabilizza non poteva sfuggire il peso sul Prodotto interno lordo (Pil) di attività come il lavoro nero, la prostituzione e la droga. Soltanto queste ultime due, è stato stimato, incidono per lo 0,7% sul Pil, ovvero 4,6 miliardi di franchi nel 2016. D’altro canto, per le Nazioni Unite, il traffico di stupefacenti e la prostituzione sono settori economici importanti che, se non venissero presi in considerazione, darebbero una falsa immagine della realtà economica di un Paese. Ecco perché figurano gli impieghi irregolari. "L’obiettivo è quello di registrare qualsiasi transazione economica, quando cioè vi è uno scambio monetario tra due parti, compreso dunque anche il lavoro nero - dice al Caffè Ueli Schiess, supplente Sezione conti nazionali dell’Ufficio federale di statistica -. Ma vista la natura stessa nel lavoro nero è evidentemente difficile da quantificare".
Andando più in dettaglio, in Svizzera la prostituzione rappresenta lo 0,5% del Prodotto interno lordo, 3,3 miliardi di franchi l’anno. Gli esperti di statistica e le dogane elvetiche quantificano pure l’importo generato dalla vendita di preservativi o la quantità di energia elettrica utilizzata per produrre cannabis in serra. Così come l’evoluzione e il consumo di cocaina, eroina o di metanfetamine. Altrimenti, tralasciando questi settori, non si potrebbe scattare una reale fotografia dell’economia di una nazione. Quanto al traffico di droga, altro settore a nove zeri, "nel 2016 le importazioni sono state stimate a 1,35 miliardi di franchi", ha detto David Marquis, portavoce dell’Amministrazione federale delle dogane, interpellato da Le Matin Dimanche che al tema ha dedicato un ampio servizio. "Cifre più aggiornate soltanto in maggio", ha precisato Marquis al Caffè, aggiungendo che le Dogane non rilevano in dettaglio il tipo di sostanze.
Il Pil di un Paese è ovviamente in costante evoluzione. "Vengono fatte delle modifiche soltanto ogni 15-20 anni - osserva ancora Schiess -, proprio per mantenere dei termini di paragone nel tempo e tra Stati. Nel corso dell’ultima revisione, nel 2010, è stato deciso di introdurre i settori del traffico di stupefacenti e il commercio del sesso". Anche altri Paesi alla fine hanno deciso di inserire nel loro Pil le attività illecite, affinché il calcolo (del Pil) possa davvero essere comparato tra Paesi. La Francia, ad esempio, ha resistito quattro anni prima di cedere. Il prossimo maggio  inserirà le attività illecite, dopo l’Italia, il Regno Unito, la Germania, i Paesi scandinavi, il Belgio e la Spagna. Per l’Istituto nazionale di statistica e degli studi economici francesi, questo cambiamento aumenterà di poco il livello del Pil, dell’ordine di qualche miliardo di euro, ovvero 0,1 punti di crescita per il 2017.
Era il 2013 quando l’Unione europea ha obbligato tutti i suoi membri ad inserire la prostituzione, il commercio di stupefacenti nel calcolo della loro ricchezza nazionale. Per Bruxelles, infatti, bisogna rispettare l’uguaglianza di trattamento. Anche se nei Paesi Bassi la vendita di alcune droghe è legale. In altri Paesi no. Stesso discorso per la prostituzione, la cui tolleranza varia molto tra il nord e il sud dell’Europa. Inoltre, pur non essendo membro dell’Ue, la Svizzera da tempo armonizza i suoi standard statistici con quelli dell’Europa. Già dal 2012 il Pil elvetico contiene questi due settori; uno, gli stupefacenti, illegale, e l’altro, la prostituzione, legale. Anche il contrabbando c’è. Sin dal 1995 fa parte della stima della ricchezza nazionale elvetica. Sebbene sia, proprio per definizione, un settore difficilmente quantificabile.
In sostanza, il fatto che la Francia abbia consentito di inserire le attività illecite nel proprio Pil conferma quanto queste siano importanti per quantificare la ricchezza di una nazione. "Tutte le transazioni economiche fatte durante un anno devono essere considerate", insiste Ueli Schiess. E i Paesi membri delle Nazioni Unite definiscono ciò che entra in linea di conto e ciò che non viene considerato come "produttivo" in termini economici. Come il lavoro non remunerato in Svizzera. Che, stando all’Ufficio federale di statistica, nel 2016 ha raggiunto un valore complessivo stimato a 408 miliardi di franchi, di cui la parte più cospicua è attribuibile al lavoro domestico (293 miliardi di franchi o 72% del valore globale). Per le attività di assistenza sono stimati circa 81 miliardi di franchi (20% del valore globale) e per il volontariato istituzionalizzato e quello informale presi nell’insieme 34 miliardi di franchi (8% del valore globale). È quanto emerge dalle cifre del conto "satellite" (una rappresentazione dettagliata di un determinato ramo dell’economia) della produzione delle economie domestiche. 408 miliardi di franchi che corrispondono a 9,2 miliardi di ore di lavoro non remunerate, una cifra superiore a quella del lavoro remunerato (7,9 miliardi).
Intanto, da più parti ci si interroga sui limiti del Pil. Meglio, e più indicativo, sarebbe l’indice di sviluppo umano, che dà informazioni importanti anche sulla salute, lo stato delle libertà individuali e la scolarizzazione di un Paese. Elaborato nel 1990 dall’economista pakistano Mahbub ul Haq assieme ad Amartya Sen, è un indice che misura il progresso verso il benessere e supera la visione dello sviluppo come pura crescita economica. È divenuto uno strumento standard per misurare la "felicità" di un Paese.

pguenzi@caffe.ch
11.03.2018


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