Ritornano al lavoro 942 persone in invalidità parziale
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Più facile trovare lavoro
dopo l'incubo infortunio
MAURO SPIGNESI


C’è l’operaio delle ferrovie che ha perso un braccio durante un incidente in un cantiere e l’impiegato che invece ha superato un infarto. Il funzionario che ha attraversato una fase di esaurimento nervoso e si è ripreso. E il giovane che ha la schiena bloccata e non può più far lavori pesanti. Tutti, un esercito di circa 12mila persone, beneficiano di una rendita di invalidità, intera o parziale. Però restano ai margini, tagliati fuori dal mondo del lavoro. Ma l’anno scorso c’è stato un guizzo e in Ticino sono state 942 le persone affette da problemi di salute che vivevano grazie agli aiuti dello Stato e che hanno trovato un’occupazione. Un notevole salto in avanti tenendo conto che la media sino a due anni fa era di 150, 200 persone al massimo.
"Il risultato – spiega Monica Maestri, avvocato e capo dell’Ufficio cantonale dell’assicurazione invalidità (Ai) - non è casuale ma è frutto di un percorso cominciato anni fa. Abbiamo potenziato la rete di aiuti alle persone in difficoltà che si rivolgono a noi con l’obiettivo del loro reinserimento nel mondo del lavoro. E per far questo abbiamo agito su due livelli. Da una parte i nostri consulenti hanno tenuto rapporti stretti con oltre tremila aziende, sono andati a visitarle, hanno parlato con i responsabili risorse umane per capire dove si poteva intervenire. Parallelamente abbiamo offerto risorse a chi si faceva carico dei lavoratori infortunati o malati". Perché, per fare un esempio, se una persona soffre di mal di schiena non riprenderà a fare il muratore ma la sua conoscenza ed esperienza può essere sfruttata da una impresa per vigilare o fare il consulente nei cantieri. "In questi anni - aggiunge Maestri - abbiamo riscontrato oltre che una maggiore sensibilità da parte di chi fa impresa anche una maggiore conoscenza. Si è capito che chi è in Ai non vuol dire che non può lavorare". Gli va trovata solo una sistemazione adeguata.
Ma per far questo bisogna essere reattivi. Le ricerche scientifiche, d’altronde, parlano chiaro. E dicono che se quella che viene definita "incapacità lavorativa" dura più di sei mesi, le probabilità di reinserimento sono dimezzate. Per questo, ha spiegato Maestri, è necessario instaurare subito un chiaro rapporto con il datore di lavoro e promuovere un dialogo costruttivo con il medico o lo specialista che ha in cura il collaboratore infortunato o malato. Diverse aziende si muovono in questo modo. "Noi come ferrovie federali - spiega Patrick Walser, coordinatore della comunicazione delle Ffs – accogliamo con soddisfazione l’aumento del numero delle persone che hanno avuto un infortunio e hanno trovato una occupazione. Questo dato va a sottolineare e premiare il buon lavoro svolto nel corso degli anni per il reinserimento professionale anche dei nostri collaboratori". Ffs, insieme a Migros Ticino, e aziende come L&G e Otto Scerri, hanno ricevuto un riconoscimento per aver svelato il lato umano del fare impresa. Il Cantone, poi, con alcuni partner come la Camera di commercio ha lanciato il progetto "Agiamo insieme" che punta a "sburocratizzare il processo di reinserimento" ed evitare così che le assenze diventino croniche, come ha spiegato il direttore della Suva Ticino Roberto Dotti. Ma questo processo prevede un principio di partenza. E cioè che il datore di lavoro ritenga il lavoratore "una risorsa importante per l’impresa". Attorno ad "Agiamo insieme", che ormai dura da sei anni, si è coagulato un gruppo di 3.100 datori di lavoro ed è stato sviluppato un programma di reinserimento anche attraverso sostegni finanziari mirati.
Tante misure hanno puntato soprattutto sui giovani. L’anno scorso erano fuori dal mondo del lavoro 378 persone fra i 18 e i 24 anni. In media, sempre annualmente, sono circa 90 i ragazzi che chiedono una rendita. Molti sono malati psichici, alcuni soffrono di infermità congenite, cioè esistenti sin dalla nascita. Per i giovani è più facile trovare una soluzione e alla fine la rendita viene concessa solo in casi gravi. "Abbiamo – aggiunge Monica Maestri - cercato di reinserirli attraverso percorsi tradizionali, come l’apprendistato, o cucendogli addosso programmi personalizzati. Prima di arrivare alla rendita, insomma, le proviamo tutte. Anche perché per un giovane dipendere da un sostegno dell’ente pubblico o dai genitori non è bello e va ad incidere sulla qualità della vita. Non guadagni e ti trascini sino a 65 anni con un sussidio". Invece è importante che i ragazzi si guadagnino un salario, che lavorino anche a tempo parziale.
A livello nazionale, invece, sono state oltre ventimila, esattamente 20.133, le persone affette di problemi di salute e iscritte nei 26 uffici invalidità della Confederazione che sono riuscite a conservare il proprio posto di lavoro o a trovare un nuovo impiego. la Confederazione sta insistendo molto sul reinserimento e soprattutto su progetti che consentano a chi è in difficoltà di avere delle opportunità concrete.
La strategia scelta, anche negli altri cantoni, è quella di trovare per ogni "invalido" un preciso posto all’interno dell’organizzazione del lavoro e attorno a questo creare inizialmente una sorta di rete sociale e professionale per aiutare la persona nel reinserimento. Per far questo, serve uno sforzo da parte dell’azienda. Non è facile testare la capacità lavorativa di una persona che attraversa un periodo di difficoltà, ma la realtà sta cambiando rapidamente. E questo è incoraggiante.
mspignesi@caffe.ch
27.05.2018


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