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Si riapre il dibattito sul commercio e la crisi dei negozi
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"Orari flessibili per ripartire
e più aperture per le feste"
ANDREA BERTAGNI, CLEMENTE MAZZERRA, MAURO SPIGNESI


Messi in ginocchio del virus, impauriti dalla ripresa del turismo degli acquisti, i negozianti rilanciano. E chiedono maggiore flessibilità su aperture e chiusure per far ripartire il settore. Così a poco più di un anno dalla sua entrata in vigore, la legge sulle aperture dei negozi ritorna in discussione. Il Plrt ha lanciato un’iniziativa parlamentare sulle aperture domenicali. E l’Associazione dei grandi distributori (Disti) chiede di concedere a tutti - come è stato fatto con il Fox Town - la possibilità di estendere le aperture sino alle 19 ogni sabato, dunque mezz’ora in più. Questo mentre i negozianti (vedi il reportage alle pagine 4 e 5) dicono che si sconta un ritardo di vent’anni. "Vent’anni? Siamo indietro anni luce - esclama Enzo Lucibello, presidente della Disti -. Un commerciante deve poter lavorare quando vuole, anche perché non aprirà mai alle due di mattina, quando non ci sono clienti".
Ad Argovia, Svitto, Obvaldo e a Nidvaldo, i negozi possono restare aperti fino alle 23. E tuttavia molti chiudono alle 19, alle 20 o alle 21. Ognuno secondo le proprie esigenze. "Anche da noi in questo modo si aiuterebbe il settore a uscire dalla crisi, a ripartire", annota il presidente della Disti. Perché non si fa? "Sono i sindacati il vero problema - dice ancora Lucibello -, perché fanno passare messaggi sbagliati e fuorvianti e inoltre sono incoerenti". Il motivo? "Il personale lavora a turni, non è che se un negozio resta aperto 12 ore, automaticamente anche i dipendenti lavorano 12 ore".  Per Lucibello, "la nuova legge è un primo passo, ma ci sono ancora alcuni punti che non vanno, come ad esempio la questione dell’unico negozio in Ticino che può approfittare di tutte le domeniche". Il riferimento è al Fox Town di Mendrisio, da qui la richiesta della Disti.
"Oggi viviamo in un contesto estremamente concorrenziale, che è completamente cambiato rispetto a vent’anni fa - sostiene l’economista Angelo Geninazzi - e dunque più flessibilità negli orari;  più aperture che sono nell’interesse di un Ticino turistico, perché la domenica chi arriva da noi non può fare shopping". Il commercio del Ticino, non è solo confrontato con la realtà italiana altamente liberalizzata,  con supermercati aperti dalle 7,30 alle 21, con i grandi magazzini che non chiudono mai. "Poi i negozi - sostiene Geninazzi - devono fare i conti con l’online, che non ha alcuna barriera fisica. Si trovano di fronte a questa sfida che il coronavirus ha reso ancor più difficile. I negozi online  restano  aperti 24 ore su 24, non offrono le stesse prestazioni di quelli tradizionali, ma sono estremamente più concorrenziali per quanto riguarda l’orario. In questo contesto, compatibilmente con le esigenze dei lavoratori, una certa flessibilità degli orari andrebbe nell’interesse di tutti". La nuova legge che, grazie al contratto collettivo di lavoro, ha garantito l’apertura prolungata, non è sufficiente rileva anche Geninazzi "evidenzia solo quanto rigide siano le posizioni e quanta fatica si sia fatta per estendere un minimo i permessi per gli orari d’apertura. A perderci alla fine saranno i negozi, ma anche  dipendenti che con questa rigidità si vorrebbero tutelare".
Una realtà complicata per il Ticino, che come cantone turistico avrebbe notevoli potenzialità. "Gli orari sono una delle carte che il commercio può giocare, ma non l’unica - dice Geninazzi -, occorre però trovare delle contromisure ad una concorrenza che vent’anni fa era molto meno aggressiva sia dall’estero, sia soprattutto dall’online". Perché l’attuale situazione sta avvicinando il settore a un punto di non ritorno.
Ma c’è chi mette in guardia sui contraccolpi di queste richieste di cambiamento. "La spinta verso una dilatazione degli orari risponde a una aspettativa dei consumi. Ma aprire durante i festivi, le domeniche o tenere aperti più a lungo i negozi, ha inevitabilmente riflessi sociali che vanno attentamente considerati", spiega Nicola Cianferoni, sociologo dell’Università di Ginevra, autore di studi proprio sulle conseguenze della trasformazione del mondo del lavoro e sul settore del commercio. "Peraltro - aggiunge - già oggi c’è una pressione in questo senso, e la vivono soprattutto i quadri, i gerenti o i manager, che stanno molto più tempo del previsto sul luogo di lavoro visto che spesso hanno precisi obiettivi da raggiungere. Poi, un altro segno in questa direzione, è l’apertura sette giorni su sette dei punti vendita delle stazioni di servizio". Secondo Cianferoni, difficilmente si riuscirà a fermare questa tendenza. "Io sono realista. Anche perché - spiega - i sindacati non sono presenti, radicati in maniera massiccia in molte aziende, penso a quelle della grande distribuzione che chiudono contratti "interni" tagliandoli fuori. E allora cercano di mettere un argine a queste spinte con i referendum sugli orari. Ma il voto popolare non può sostituire il peso specifico del fronte sindacale (e sociale) in questo settore". Soluzioni? "È difficile - riprende il sociologo del lavoro - perché anche compensando un allungamento degli orari con vantaggi economici o altre forme di incentivi, alla fine ci sarà sempre qualcuno che ci perde. Semmai ciò che dobbiamo chiederci alla fine è verso che modello di società vogliamo andare e che valori privilegiare".
Però l’esigenza di trovare un punto d’equilibrio nel settore è reale, soprattutto nelle zone di confine dove è presente il turismo degli acquisti. "La logica del turismo degli acquisti non è nuova. È un argomento - conclude Cianferoni - che è stato utilizzato anche nel secolo scorso per chiedere di più ai lavoratori. Il punto vero è che servirebbero norme simili, omogenee a livello europeo, o perlomeno con i Paesi di confine. Norme rispettose dei diritti dei lavoratori".
22.05.2021


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