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Ecco la perizia sul neurochirurgo sotto inchiesta
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"Interventi eseguiti,
non erano falsi interventi"
LILLO ALAIMO E PATRIZIA GUENZI


Non c’era bisogno di questo caso per dire ancora una volta che la medicina non è una scienza esatta. La vicenda scoppiata nell’estate del 2019, con un servizio pubblicato dal Caffè l’11 agosto, ha raggiunto una prima tappa conclusiva che non sembra comunque fare piena luce. La perizia giudiziaria chiesta dalla magistratura ticinese a due medici lombardi - di cui il Caffè è in possesso - non sembra essere totalmente risolutiva. Sebbene una cosa molto importante la affermi: gli interventi sono stati eseguiti, anche se in alcuni casi con tecniche troppo conservative.
La storia è quella del neurochirurgo accusato dal Medico cantonale - su segnalazione del Neurocentro dell’ospedale Civico di Lugano -di aver fatto delle "false" operazioni all’Ars Medica di Gravesano. Ora la perizia dice che sì, gli interventi sono stati eseguiti ma… Sì, ci sono dei ma e per capire bisogna tornare all’inverno del 2019.
Tra il febbraio e luglio di quell’anno il Medico cantonale, Giorgio Merlani, segnalò alla procura - dopo aver valutato le considerazioni di un équipe di specialisti del Neurocentro - quattro operazioni sospette. E non erano dubbi di poco conto. In una lettera alla procuratrice Marisa Alfier, era l’8 febbraio 2019, Merlani scrisse: "I dati analizzati sono fortemente sospetti per un falso intervento". Si riferiva al primo dei quattro casi. Successivamente ne furono segnalati altri tre, tra marzo e fine luglio.

I sospetti
La tela di fondo su cui si sono costruite le analisi del Neurocentro e le successive denunce alla procura sono sostanzialmente le stesse. Sospetto concreto, più che concreto secondo l’équipe, di "false operazioni". Detto semplicemente, fuori dal linguaggio medico scientifico, si trattava di interventi alla schiena, in generale l’obiettivo era quello di decomprimere dei nervi.
I casi presi in considerazione sono quattro. Quattro pazienti operati - tra il 2015 e il giugno 2019 - dal neurochirurgo ora sotto inchiesta penale, rivoltisi poi al Centro specialistico del Civico. Da qui i sospetti, da qui il coinvolgimento - così come prevede la legge - del Medico cantonale e la successiva denuncia alla procura. Tutto secondo la procedura prevista, dunque.
Cosa afferma la perizia? Come detto non sembra essere del tutto risolutiva. E così si legge nelle conclusioni. Conclusioni di un documento di fatto redatto in tre differenti momenti. Il primo data novembre 2020, il secondo 9 gennaio 2021, il terzo 21 gennaio 2021. Si tratta di fatto di complementi di indagine.
Veniamo alle conclusioni, dunque. Le firme sono quelle del professor Davide Locatelli e del dottor Giorgio Minonzio. Dunque…
"Gli scriventi, pur rimanendo a disposizione per ulteriori chiarimenti stante l’incompletezza documentale (ndr. i successivi complementi dovrebbero però aver chiarito i punti sino ad allora oscuri), ritengono di poter sin da ora escludere che il neurochirurgo, nei casi discussi, abbia praticato preordinatamente un approccio terapeutico tipo ‘sham surgery’". Fermiamoci a questo punto. Per comprendere meglio bisogna fare alcuni passi indietro. Bisogna tornare al primo degli interrogatori condotto dalla procura quasi due settimane dopo le rivelazioni del Caffè, si ricordi che la prima segnalazione del Medico cantonale è del febbraio di quello stesso anno, quindi sei mesi prima. Sei mesi in cui dal punto di vista della procedura giudiziaria non è accaduto nulla se non il sequestro, via via, delle cartelle cliniche relative ai casi di volta in volta segnalati.
La mattina del 23 agosto la procuratrice Marisa Alfier interrogò il neurochirurgo del Neurocentro del Civico che, con altri colleghi, aveva valutato e in alcuni casi operato i pazienti al centro delle denunce del Medico cantonale.
Parlando del terzo caso oggetto di una delle segnalazioni in procura, una donna operata nel 2018 all’Ars Medica e nel marzo del 2019 al Civico, il magistrato sulle carte delle segnalazioni legge un termine inglese, "sham surgery". Era stato utilizzato dall’allora direttore generale del Civico, Luca Jelmoni, e dal direttore sanitario, Paolo Merlani. Cosa vuol dire chiede il magistrato al neurochirurgo del Civico? Ecco la risposta: "È un termine che viene utilizzato, a mia conoscenza, per studi scientifici su un gruppo di pazienti senza raggiungere l’intervento vero e proprio. Mi spiego meglio con un esempio. Si procede a un’anestesia locale o totale, si procede all’incisione fino all’osso, si tocca l’osso con lo strumento ma senza eseguire nessuna vera manipolazione. Si fa così in modo che il paziente sappia di essere stato operato ma non se il suo intervento è stato ‘reale’ o ‘sham’. Quanto descritto è un esempio nell’ambito della neurochirurgia, ma questa tecnica può avvenire anche in altri settori, non solo quindi operazioni alla colonna vertebrale".

Le conclusioni
Dall’interrogatorio del 23 agosto 2019 torniamo alle conclusioni della perizia che, come detto, esclude che il neurochirurgo sotto inchiesta penale abbia praticato "un approccio terapeutico tipo ‘sham surgery’" appunto. La perizia lo esclude categoricamente, e già nella parte introduttiva, perché questa pratica è di fatto - sempre stando alle pagine redatte dai periti - una parte fondamentale dei quesiti posti dal magistrato nell’ambito dell’inchiesta penale.
Si legge nella prima pagina della perizia: "L’atto terapeutico simulato (una sorta di placebo interventistico/chirurgico) comporta la realizzazione di tutte le manovre di approccio ma l’astensione della procedura dichiarata vera e propria (assenza di legature, di ablazioni o di attivazione di device impiantati)".
I periti spiegano dunque di cosa si parla quando si parla di "sham surgery" e scrivono: "Si può affermare che il neurochirurgo sotto inchiesta non sembra, relativamente ai quattro casi presi in considerazione, aver avuto in corso alcun protocollo di questa tipologia né si sia manifestamente orientato in tal senso in tutti gli atti chirurgici praticati".
12.06.2021


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