Paolo Rumiz
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"Ho sempre preferito
la lentezza e l'ascolto"
STEFANO VASTANO


Ci sono scrittori - il più grande di tutti, Bruce Chatwin - che del viaggio hanno fatto la passione di una vita (nomade). E ci sono giornalisti che viaggiando fanno continue scoperte: sul mondo, la politica, la storia e persino su sé stessi. Paolo Rumiz, firma tra le più brillanti di "La Repubblica", è forse il Chatwin del giornalismo. "Il paragone mi onora - risponde -, ma Chatwin non ha mai fatto il giornalista mentre io l’ho fatto per anni. Il nostro lavoro qualcuno l’ha definito una letteratura da corsa. Ma ho sempre privilegiato la lentezza, un rapporto rilassato con i luoghi, l’ascolto di persone". Sarà per questo che i suoi libri di viaggio arrivano sempre - sulla guerra in Bosnia, l’Europa di oggi o la Grande Guerra - a "delle verità complementari", come le chiama lui con un certo orgoglio.
In "Maschere per un massacro", ad esempio, la guerra in Bosnia s’è rivelata più una guerra tra clan criminali che conflitto etnico-religioso. "Sui Balcani ho scoperto, che dietro la componente etnica c’erano forti interessi di carattere malavitoso", spiega. E ciò proprio mentre in Italia, dopo il crollo della Dc e con la Lega Nord, emergevano nuovi separatismi. "In Italia - osserva - avevamo dimenticato la questione etnica: ma l’Italia è ancora oggi un arcipelago con codici di comportamento diversi fra loro e che non riescono a fare nazione". Non per niente nel suo libro sulla Grande Guerra - "Come cavalli che dormono in piedi" - ha ricostruito la "Madre delle Catastrofi del 20° secolo", viaggiando sulle tracce del nonno Ferruccio, uno dei 100mila trentini e giuliani che, nell’agosto del ‘14, combattono per l’Impero austroungarico. "Sì - continua - ho raccontato la Grande Guerra degli italiani che l’hanno persa". Un punto che ci fa risentire quei paradossi che toccano da vicino la storia di Trieste e dintorni. "L’Italia - prosegue il triestino Rumiz - ha fatto la guerra per Trieste, ma anche contro soldati triestini: insomma, per il desiderio d’Italia ci siamo sparati tra fratelli".  
Quali e quante le identità e le catastrofi, i soprusi e i valori che segnano oggi città di confine come Trieste, Rumiz lo spiega così: "Dopo il 1918 Trieste ha subito una drammatica metamorfosi, la perdita del suo retroterra e le pulizie etniche, tanto che gli italiani conquistando la città ‘italianissima’ ne hanno silenziato tutte le sue altre identità". Non stupisce che viaggiando l’Europa in ‘verticale’ per così dire, dalle coste in Finlandia via Odessa sino a Istanbul, Rumiz abbia ritrovato anche all’interno della Ue - come racconta in "Trans Europa Express", il suo libro più gettonato del 2012 - gli stessi assilli ed ossessioni "di quel trauma identitario, scippi ed espropri, dice, già subiti dai triestini". Da dove venga quel rabbioso nazionalismo, il crudo razzismo che agita ancora l’Europa. E dove inizino, dove finiscano e quali siano i ‘confini’, i valori di fondo di una possibile identità europea, per Rumiz è però chiaro. "Da quando sono nato - confessa - assisto ai disastri del nazionalismo, sia esso quello italiano o di stampo jugoslavo che ha respinto gli italiani via dall’Istria, Fiume e Dalmazia". La malattia cruenta del nazionalismo - "per me, una forma di infantilismo", diagnostica - si ripropaga oggi al sud come al nord. Pronta a negare ovunque in Europa la pluralità dei luoghi e minoranze, delle lingue e culture. "La forza della pluralità delle culture - prosegue Rumiz - la avverti oggi meglio più fuori che al di dentro della Ue. Dentro abbiamo perso del tutto il mito dell’Europa; anche i politici non ne parlano più in modo emozionante. Ma ad un ucraino invece brillano gli occhi se guarda ad Occidente e parla dell’Europa".
Paradossi dei confini, e delle storie che viviamo e raccontiamo da quei luoghi. Anche dai più marginali o dimenticati.
10.09.2017


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