Renato Martinoni
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Gli svizzeri adesso
sono un po' più italiani
MAURO SPIGNESI


Ci sono momenti, tappe nella vita dove si è costretti a voltarsi indietro per vedere scorrere attimi, giornate che hanno avuto un significato importante per la propria storia personale. Per Renato Martinoni, che a ottobre ha compiuto 65 anni, tutto è cominciato una mattina del 1978 davanti all’ingresso del Politecnico di Zurigo con un contratto fresco da lettore di italiano. Quasi dieci anni dopo è arrivato all’Università di San Gallo, dove è diventato ordinario di letteratura italiana. E poi ancora incarichi all’Università di Zurigo e a Cà Foscari, a Venezia. "Il 14 novembre sarà un momento malinconico, ma anche importante perché terrò la mia lezione di commiato, anche se poi finirò comunque il semestre", racconta il professore che in questi anni è stato un preciso punto di riferimento per l’intera comunità italofona della Svizzera orientale. E che ha trasformato San Gallo in un "avamposto" dell’italianità, la sua grande passione. "L’italianità per noi italofoni è un insieme di tanti valori. Non c’entra solo la lingua. È un modo di vedere la vita, di filtrarla attraverso una precisa sensibilità umana e culturale. Soprattutto oggi che si parla di frammentazione, di piccole patrie e di autonomia, noi italofoni svizzeri siamo invece la testimonianza che un Paese può convivere nelle differenze". Martinoni in questi anni ha promosso tutto ciò che profuma di italiano, dalla letteratura, alla scienza, alla poesia. "Gli svizzeri - dice sorridendo - nel tempo sono diventati più italiani. Nei modi di vestire, nei gusti, nel mangiare. Abbiamo astutamente preso ciò che di bello ha l’Italia, avendo l’accortezza di tenere da parte ciò che invece non va bene".
Il paragone tra i due Paesi, tra Italia e Svizzera, Renato Martinoni, sposato e con una figlia che lavora come maestra, d’altronde lo ha per una questione genetica: sua mamma era veneta, suo papà ticinese. E lui ha insegnato sia nella Confederazione che in Italia. "Tra le università - fa notare - ci sono diverse similitudini. Quello che mi ha sempre colpito, e parlo per esperienza personale, è invece il senso di rassegnazione che si percepisce tra gli studenti italiani. Quando gli chiedi cosa faranno dopo la laurea, lo capisci, sono convinti che per loro il destino è segnato: la disoccupazione. E questa è una tragedia inaccettabile. Soprattutto perché è la negazione stessa del ruolo dell’università come motore di cultura e selezione, come istituzione capace di fornire strumenti per valutare e conoscere ciò che ci accade intorno. Perché è vero che la cultura è un diritto di tutti ma è altrettanto vero che a un certo livello dovrebbe arrivare chi è realmente motivato, ha una rabbia in più dentro e anche se non ha mezzi economici lo Stato dovrebbe aiutarlo, altrimenti ha fallito il suo obiettivo".  
Spesso controcorrente, alcune volte spigoloso nei suoi colti giudizi su fatti e avvenimenti del Ticino (ne parla anche in una rubrica su questo giornale), Renato Martinoni non è mai stato un personaggio comodo. "Nel nostro cantone - spiega - chi è critico, chi non è funzionale alle istituzioni, chi non ha la capacità di saltare agevolmente sulla barca dei vincitori, non se la passa bene. Perché questo è un Paese vendicativo. Non succede come in Italia che ti fanno trovare un bigliettino d’avvertimento sotto la porta, ma stai sicuro che in silenzio te la fanno pagare". Sarà per questa sua cifra anticonformista, ma anche in letteratura non ha mai camminato su strade sicure. Ad esempio il suo ultimo saggio appena uscito per Marsilio, "Orfeo barbaro", lo ha dedicato a Dino Campana, il poeta "pazzo", il Rimbaud italiano. "La sua è una figura complessa e affascinate. Ma un’altra figura che ho amato è quella di Leonardo Sciascia. Anche lui capace di cogliere sfumature nascoste della società e anche lui capace di marciare controcorrente per difendere un’idea".
29.10.2017


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