Jacques Pilet
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"Spetta ai giornalisti
salvare i giornali"
ANDREA STERN


All’età di 73 anni ha perso la sua creatura e ha dovuto reinventarsi. Jacques Pilet, fondatore del settimanale romando "L’Hebdo", ha inizialmente reagito con sconcerto alla decisione del gruppo Ringier di chiudere la rivista da lui creata nel 1981 e di cancellare 37 posti di lavoro. Ma ora, a distanza di un anno da quel drammatico annuncio, il giornalista vodese guarda al futuro con entusiasmo invece di lasciarsi andare ai rimpianti.
"Professionalmente è un periodo molto interessante, sto imparando tutti i giorni qualcosa", afferma Pilet, che vive una seconda giovinezza professionale grazie al progetto su internet "Bon pour la tête". Un sito "non di informazione bensì di riflessione", creato insieme ad altri colleghi fuoriusciti dall’Hebdo, raggiunti da giovani desiderosi di sperimentare un nuovo tipo di giornalismo. "Non abbiamo pubblicità, ci finanziamo solo con i contributi dei lettori - spiega -.  Non è facile, ma il numero di abbonamenti sta crescendo e per ora possiamo guardare avanti con una certa serenità".
Jacques Pilet ha quindi lasciato la carta per passare al web. Segno dei tempi? No, secondo il giornalista, che mantiene piena fiducia nelle potenzialità della stampa scritta nonostante le cassandre ne prevedano la scomparsa sull’altare del digitale.
"Bisogna diffidare - dice  - da queste affermazioni da fine del mondo. Anche il digitale ha le sue fragilità, ci sono giganti del settore che sono scomparsi. Nella stampa è la stessa cosa, è un paesaggio che si trasforma. Non sono ottimista per la stampa in generale, ma lo sono  per i giornali che sapranno adattarsi ai bisogni del pubblico e per quelli che sapranno fare un eccellente lavoro sul contenuto".
Beninteso anche lui è consapevole del continuo calo delle inserzioni su quotidiani e periodici, ma non la considera una tendenza ineluttabile. "Ci sono tante mode e attualmente c’è quella della pubblicità su Google e Facebook. Ma penso che gli annunci locali avranno sempre bisogno del supporto scritto. Inoltre c’è il settore del lusso. La reclame sui giornali è sicuramente più bella e ha un impatto migliore rispetto a quella su internet".
L’esito della sfida? Secondo lui dipenderà dai giornalisti, che devono interrogarsi e rimettersi in questione. "Io sono un po’ stufo di questo discorso secondo cui tutte le disgrazie della stampa vengono dagli editori. Ritengo invece che tocchi ai giornalisti cambiare modalità di pensiero. Mi sembra che a volte si limitino a stare tutto il giorno dietro alla scrivania ad aspettare i comunicati stampa o i dispacci d’agenzia. Un modo di lavorare che appartiene al passato, quando il quotidiano serviva unicamente a fornire le notizie".
Oggi invece tutti abbiamo uno smartphone che ci aggiorna costantemente su ciò che accade. "Siamo bombardati di informazioni brevi, che fanno rumore nella testa. Ma la gente non vuole solo sapere, vuole anche capire. Non siamo un popolo di imbecilli. C’è una richiesta di articoli che sappiano spiegare le notizie, che facciano riflettere. Domanda che può essere colmata da parte dei supporti cartacei o digitali che sapranno adattarsi alla trasformazione in atto".
In questo discorso rientrano anche tv e radio pubbliche. Pilet ritiene che anch’esse, come i giornali, non appartengano al passato, ma che debbano chiarire quale sia il loro ruolo. "La Ssr non deve pensare di essere in competizione con le tv straniere, sarebbe un suicidio, perché alla fine la gente non vedrebbe più la differenza. Il servizio pubblico deve lasciar stare le serie americane e concentrarsi sul dibattito politico, cultura, approfondimenti. Anche perché se queste trasmissioni non le fa la Ssr, chi le fa? Sicuramente non le televisioni private, a cui della Svizzera interesserà  solo il mercato pubblicitario".

astern@caffe.ch
21.01.2018


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