Dino Balestra
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"Il mondo dei media
è un supermercato"
ANDREA STERN


È davanti al computer e sta consultando un sito internet. Dino Balestra, da tre anni è in pensione dopo una vita trascorsa in televisione. Una carriera, la sua,  iniziata nel 1968, quando da studente partecipò a un dibattito dell’allora Tsi a Trevano e venne notato dal produttore della trasmissione, che gli propose una collaborazione. Da lì iniziò un lungo percorso che, scalino dopo scalino, lo portò nel 1999 ad assumere la direzione dell’azienda, guidando la trasformazione in Rsi. "Quello con la televisione è stato un amore a posteriori - racconta Balestra -. All’epoca non pensavo di fare il giornalista, ma una volta iniziato a lavorare mi innamorai di questa professione".
Erano i tempi in cui "quando arrivavamo noi della televisione, venivamo accolti con sorrisi e abbracci. C’era fierezza di ospitarci e noi eravamo un po’ ‘l’enfant gâté’ del Paese". Certo, già allora non mancavano le critiche. "Però se un telespettatore voleva lamentarsi di un programma, doveva prendere carta e penna e scrivere una lettera. Oppure parlava male di noi all’osteria e la cosa finiva lì. Oggi invece gli sfoghi possono essere fatti in tempo reale e creare il classico effetto valanga". Un bene, un male? "È difficile dirlo - nota -, da un lato ogni mal di pancia diventa un problema esistenziale e collettivo, ma dall’altro questi nuovi strumenti permettono l’espressione di disagi e idee magari non condivisibili, ma che fanno parte del panorama delle opinioni. Dobbiamo convivere con questo brusio di fondo, che a volte offre delle perle, a volte letame. Ma comunque non è che una volta tutte le lettere fossero scritte da Dante o Petrarca".
Non si stava meglio quando si stava peggio, insomma. "Noi tendiamo sempre a glorificare il passato. Ma è sbagliato pensare che una volta eravamo nell’epoca d’oro dell’impegno politico e culturale e che oggi siamo allo sbando. Quanti leggevano i giornali e approfondivano le informazioni? Semplicemente oggi l’acqua scorre in mille rivoli invece di essere incanalata in un solo flusso, ma arriva".
Il panorama mediatico è infatti sempre più ampio e variegato. "È come una sorta di Foxtown, un grande magazzino - osserva - , dove le nuove generazioni vanno a pescare tra le varie offerte quelle che interessano loro, non c’è più l’attaccamento a un singolo mezzo d’informazione". Una situazione ben nota anche a casa Balestra. "Ho due figli che vanno in terza media e quindi è inevitabile che ci siano Swisscom Tv, Sky, Netflix, Youtube e quant’altro. Anch’io mi informo facilmente col telefonino. Quando parlo ai miei figli di com’era la tv in passato mi guardano un po’ come un marziano".
Già anni fa Balestra era consapevole del cambiamento in atto nella tv e contribuì alla trasformazione della Tsi in Rsi, facendo convergere i vari media in una sola entità. "Nel mondo mediatico chi si ferma è perduto, perché i cambiamenti sono imposti da dinamiche che vanno ben oltre i nostri confini. Non ci si può opporre. E non devono far paura, basta avere una visione chiara su dove si vuole andare e su come ci si vuole arrivare".
Un discorso sempre attuale, per la Rsi, a maggior ragione alla luce dell’imminente votazione sul canone. "Il servizio pubblico deve costantemente adeguarsi alle nuove modalità, deve sapersi infiltrare nei nuovi bisogni del pubblico, mantenendo i contenuti e la qualità. Questa votazione è solo l’inizio di una lunga discussione". Se l’iniziativa verrà respinta, come Balestra si auspica, "i vertici della Ssr non dovranno festeggiare bensì rimboccarsi le maniche", dice. Ma, come sintetizza un detto francese che l’ex direttore Rsi ama citare, "il vento di tempesta fa la felicità del capo".
astern@caffe.ch
18.02.2018


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