Luca Barbareschi
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"Con l'inquietudine
cado in un buco nero"
ALESSANDRA COMAZZI


Non è un personaggio facile, Luca Barbareschi. Non è accomodante, non è diplomatico. Però è anche sincero, bravo a recitare e organizzare, coraggioso. Nato nel 1956 a Montevideo, perché il padre era andato a lavorare in Uruguay, compirà 62 anni il 28 luglio. È direttore artistico del Teatro Eliseo di Roma, uno spazio che ospita non soltanto spettacoli, ma anche concerti, incontri, dibattiti, mostre, presentazioni, convegni, un ristorante e un bar. Un progetto di intrattenimento globale che ha contribuito a rilanciare la vita teatrale della capitale italiana, dove chiudono i cinema ma stanno riaprendo le sale per lo spettacolo dal vivo. Luoghi dove la condivisione, invece che sui social, avviene con i vicini di posto e con gli artisti in carne e ossa che si esibiscono sul palcoscenico. All’Eliseo Barbareschi è affezionatissimo. "Questa è la mia casa - dice - il mio nido, il posto dove mi sento sicuro e restituito a me stesso. Quando arrivo, la mattina molto presto, non c’è ancora nessuno. L’emozione che provo è sempre fortissima. Tutto è immerso in un silenzio irreale. Sospeso. Certe mattine mi sembra di percepire l’eco delle voci degli attori che hanno abitato quei luoghi negli anni, ne sento come l’energia latente. Sono anche diventato manager per forza: mi sono improvvisato agente letterario, non c’era altro modo per diffondere la contemporaneità e i nuovi linguaggi. Affrontando anche le spinose questioni dei diritti. Per le opere di Mamet, soprattutto".
Ma la passione faceva superare ogni ostacolo. Solo che le passioni di Barbareschi non sono, o non sono state, sempre felici. Di recente ha scritto un libro con Mondadori, "Cercando segnali d’amore nell’Universo", dove parla della sua vita, la famiglia, i figli, le donne, l’America, la droga, le molestie subite da bambino, l’aiuto dello psichiatra. Durante questo incontro non evita gli argomenti spinosi. Confessa: "È un’energia terribile quella che mi sento dentro, forte, difficilmente gestibile, che cerco di trasformare il più possibile in positivo. È una lotta quotidiana. Ma cerco anche di fare qualcosa di concreto: avevo creato una Fondazione per tutelare i bambini vittime di pedofilia, da parlamentare ho proposto leggi specifiche. Poi però ho chiuso la mia Onlus. Avvertivo strane sensazioni negli incontri con le altre organizzazioni. Una specie di cattivo sapore. Ho detto basta, non è obbligatorio, la beneficenza la faccio nel privato".
Un privato assai consistente: cinque figli, due mogli e una compagna importante e conosciuta, attrice come lui, Lucrezia Lante della Rovere. Racconta: "Abbiamo avuto una storia meravigliosa durata sette anni, fatta di baci, di tournée, di Shakespeare letto insieme ad alta voce. Lei però un giorno mi ha detto: ‘quando la tua inquietudine prende il sopravvento, fai paura, cadi in un buco nero dove, se mi lascio cadere anch’io, sono perduta... Non posso più stare con te’. Se n’è andata. Mi ha lasciato. Aveva ragione lei". Insomma, passioni sempre impetuose. Come quella per il teatro. Parte per l’America alla ventura. Con il mito di Strasberg. "Decido di affrontarlo. Pronto per fargli la posta fuori dall’Actors Studio una mattina. Lo vedo apparire, mi presento, sono Luca Barbareschi, un attore, non ancora famoso, ma un giorno... Evidentemente coglie in me un talento, mi fa entrare all’Actors Studio: dove faccio l’imbianchino per sei mesi. In cambio posso partecipare alle lezioni. Gli insegnanti erano: Elia Kazan, Dustin Hoffman, Paul Newman, Robert Redford, una meraviglia. Faccio la prima lezione davanti a lui, il monologo di Marlon Brando da "Fronte del porto", tutti volevamo essere Marlon Brando. Sono carico. Lui mi guarda e sentenzia: ‘grande talento comico’. Vado a casa. Sniffata della delusione". E sì, pure la droga è un capitolo importante della sua vita. "Ma adesso ho creato una dipendenza da una cosa virtuosa, un contatto con me stesso e con la donna che amo e che spero durerà tutta la vita".
06.05.2018


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