Stefano Vassere
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"Noi ticinesi parliamo
un buon italiano"
CLEMENTE MAZZETTA


I ticinesi parlano un italiano migliore di quel che pensano", dice Stefano Vassere, 56 anni, direttore del sistema bibliotecario ticinese, nonché delle quattro biblioteche cantonali, Lugano, Bellinzona, Locarno e Mendrisio. Un’enorme macchina della cultura, che mette a disposizione oltre due milioni di libri (1.378.400 nel catalogo cantonale e 768.600 in quello scolastico). Con un vorticoso giro di prestiti: 382.500 nell’anno passato. Praticamente un libro a testa per ogni ticinese. Sarà forse per questo che l’italiano parlato in Ticino, nonostante i "debarcadero", le "riservazioni", i "rolladen", i "bilux", ha una sua precisa identità. Dovendo molto - e magari ora si dimentica - anche alla televisione di Comano, alla funzione "educativa" in particolare della prima tv in bianco e nero. "Da un punto di vista fonetico, l’intonazione, la lingua parlata in Ticino s’avvicina molto allo standard. Un italiano senza eccessive inflessioni, come potrebbe essere il romanesco o il toscano moderno", aggiunge Vassere, che ha alle spalle un dottorato di linguistica all’università di Zurigo, dove è stato assistente per parecchi anni. Una passione che "mantiene" con una docenza all’università di Milano insegnando semiotica e teoria dei linguaggi.
Tuttavia, non si può non sorridere sui congiuntivi approssimativi, sugli anacoluti involontari, sugli strafalcioni disseminati qua e là, soprattutto dai politici nei dibattiti televisivi, nei talk show. "Parlare male, maltrattare i congiuntivi, è ormai un messaggio esplicito nella comunicazione politica. Una modalità diffusa per interagire con il pubblico, per farlo sentire sullo stesso piano. Si evita di parlar forbito: si parla come la gente". Ricorrendo anche al turpiloquio, nell’intento di rafforzare il concetto. Ormai l’uso scorretto dell’italiano è sempre più una modalità di comunicazione vincente. Lo sosteneva già Umberto Eco nella sua fenomenologia di Mike Bongiorno, esempio vivente e trionfante, scriveva, del valore della mediocrità.
Vassere, più interessato al linguaggio legato alla sfera cognitiva, ai rapporti con la neurologia che a quello sociologico, entra nella "cronaca" del canton Ticino circa di trent’anni fa. Nel 1990. Ha 28 anni, quando con Alessio Petralli (35 anni) altro linguista,  lancia sull’inserto culturale di Libera Stampa, il quotidiano del partito socialista, un appello sulla necessità di costituire una università della Svizzera italiana. Un vero e proprio manifesto firmato da intellettuali di ogni fronte politico, che avvia un dibattito intenso. "Pubblicammo anche tre libri sulla questione universitaria: li presentammo in giro con un notevole successo. Ricordo una serata con l’aula della biblioteca di Lugano stracolma, con la presenza del vescovo, di un paio di consiglieri di Stato, fra cui Giuseppe Buffi. Fu una stagione intensa".
Tanto che nel giro di cinque-sei anni si arrivò all’istituzione della università ticinese, con la prima facoltà di architettura a Mendrisio. Il resto è storia nota. Trent’anni dopo troviamo Vassere - che nel frattempo ha diretto il Repertorio toponomastico ticinese pubblicando una sessantina di monografie dedicate ai nomi dei villaggi ticinesi - al vertice del sistema bibliotecario cantonale. Confrontato con la crisi del libro, la crescita del digitale, le trasformazioni sociali. "Nonostante tutto i prestiti tradizionali sono costanti - osserva -, mentre stanno aumentando gli accessi alla nostra piattaforma digitale sia per i quotidiani, gli ebook e gli audiolibri". Notevolissima resta poi l’attività di incontri, le serate culturali sui temi più disparati. "Vista la partecipazione, che aumenta di evento in evento, mi pare di poter dire che rimaniamo un ente culturale importante. Con un impatto consistente sul Paese".
cmazzetta@caffe.ch
13.05.2018


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