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Terence Hill
Immagini articolo
"Sì, rimpianti ne ho
potevo girare Rambo"
STEFANO VASTANO


ll’appuntamento si presenta in jeans, cinta e  giubbotto di pelle neri su camicia blu e maglietta bianca di cotone. Il cappellino blu notte Mario Girotti se lo lascia in testa per tutto il nostro incontro. Se non si schermisse così il volto per strada lo fermerebbero subito. Al cinema infatti lui è il nostro Clint Eastwood, un mito vivente e gli occhi di Terence Hill - come questo signore, che lo scorso 29 marzo ha compiuto 80 anni, si chiama in arte - sono ancora oggi esattamente così vivi e turchesi come in tutti i suoi film. "Scusa il ritardo, sono rimasto imbottigliato nel traffico di Berlino", la prima frase che mi rivolge sorseggiando un caffè nel bar dell’Hotel Lux dove è venuto per un festival e presentare ai suo fan "Il mio nome è Thomas", la sua ultima fatica da attore, sceneggiatore e regista.
Spiazza la sua voce tanto calma, i gesti così pacati di un attore famoso in tutto il mondo per quei suoi occhi da lince e i cazzotti più fulminanti del West, così come lo abbiamo visto nei suoi 17 "italo-western" girati con Bud Spencer. Senza contare, oltre alle altre esperienze da regista (come in "Lucky Luke"), la decina di stagioni di "Don Matteo", l’altrettanto fortunata serie in cui si è trasformato nel dinamico prete in bicicletta. Certo, il suo ultimo film, dice, "in Italia sarebbe potuto anche andar meglio, ma qui in Germania e anche in Austria sono contento dei risultati in sala". E già perché oltre il Brennero Terence Hill - suo papà era italiano, la mamma di Dresda - è un vero idolo, persino nella ex-Rdt i suoi "spaghetti-western" facevano impazzire. "In Germania ho un pubblico molto caloroso e ho realizzato un Kino Tour del film in ben dodici città". Lo ha voluto dedicare all’indimenticabile Bud questo ultimo film. "Ero già sul set a girarlo nel deserto di Almeria quando il figlio di Bud mi chiama per comunicarmi che suo padre ci aveva lasciato". In effetti, è in quei deserti spagnoli dove la stranissima coppia si conosce per girare - siamo nel lontano 1967 - "Dio perdona, io no!". Sono passati più di 50 anni da quella pellicola o da scene cult come la sua mostruosa, ingorda fagiolata in "Lo chiamavano Trinità". Oggi impensabili. "No, alcuni sostengono di sì, che anche ora quel tipo di film avrebbe successo di pubblico. Ma anche se riprovi a farli con buoni attori e registi non avrebbe senso riproporli così". E il motivo è lo stesso che spinge oggi un Quentin Tarantino a girare western così nudi, crudi e pieni di sangue come "Django". "I tempi sono cambiati dagli Anni 70 e 80, allora c’era una certa ingenuità nel pubblico, e a quei tempi le grandi, esagerate scazzottate che io e Bud giravamo piacevano molto". Quei tempi erano firmati da Sergio Leone o da Sergio Corbucci. "Quel genere di film avevano la spensieratezza. Quelle scene e quella musica cavalcavano l’onda lunga del movimento di protesta giovanile".
E al cinema allora ci si andava anche per farsi, magari a suon d’interminabili scazzottate nei saloon (e senza che mai una goccia di sangue), due sonore risate. Cosa impossibile nell’ansia globale di oggi. Negli ultimi 20 anni non è un caso se in Italia è più che altro la figura rasserenante di Don Matteo una delle più seguite, almeno in tv. "Viviamo sommersi da una costante negatività e quel prete in biciletta ti dà un pizzico di serenità, questo almeno è ciò che mi dice la gente". Altri tempi, altre esigenze. Ad esempio quella per uno irrefrenabile come Terence Hill - "non riesco a star fermo, il lavoro mi piace e ora ho un paio di richieste per nuovi film, anche qui in Germania" - di tornare dopo tanta tv appunto al cinema.
Qualche rimpianto nella sua lunga carriera, di non esser stato il protagonista di un film con un grande regista, o di non esser entrato nei panni dell’imbattibile Rambo? "Qualche rimpianto sicuramente ce l’ho ed è vero che mi era stato offerto di girare Rambo, ma ho rifiutato. Non rientrerebbe nella mia immagine". Quella, cioè, del cowboy o poliziotto superveloce, del prete impegnato, ma sempre con quegli occhioni celesti così buoni e splendenti.
31.03.2019


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