Pierfrancesco Favino
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"Per me la famiglia
è la vera normalità"
ROSELINA SALEMI


Pierfrancesco Favino ha archiviato da tempo gli occhiali da sole, la giacca a doppio petto e la parlata siciliana di Tommaso Buscetta, il boss diventato collaboratore di giustizia e supertestimone nel maxi processo contro la mafia. È proiettato verso altre sfide come il film, attesissimo, di Gianni Amelio sul leader socialista Bettino Craxi (incredibile la trasformazione fisica) ma "Il traditore" di Marco Bellocchio, che l’ha portato in concorso al festival di Cannes (senza premi purtroppo) e gli ha permesso di trionfare ai Nastri d’Argento, gli resterà nel cuore. "Non ho mai avuto un personaggio così unico e straordinario", ammette.
Un fuorilegge antico, quasi della tradizione marsigliese, francese o americana, l’archetipo del gangster cinematografico: codice d’onore, amante delle donne, tre mogli (dichiarate), una vita sentimentale, diciamo così, vivace. "Non ne ho subìto il fascino, ma tutti quelli che ho incontrato per conoscerlo meglio, per approfondire, sono rimasti colpiti da lui. È vero che volevo questa parte e me la sono guadagnata. Ho chiesto un secondo provino, ho cercato di convincere Bellocchio a scegliermi e sono felice di esserci riuscito". Poi, come sempre, un attore regala un po’ di sé al personaggio. "C’è qualcosa di mio (fatalmente) e qualcosa che condivido con Buscetta. L’idea della centralità della famiglia, per esempio, sentimento molto tradizionale, è fortissima in lui e in me. In Buscetta è pazzesca, uno slancio quasi panico nel dare figli al mondo. Non averli era un peccato". Certo, ci sono serie differenze.
Favino non ha tre mogli, non affiderebbe i suoi figli a nessuno, neanche a chi considera il suo migliore amico... "Se avessi un problema con mia figlia cercherei di affrontarlo. Fortunatamente non sono nato in una situazione criminale e non ho mai avuto simpatia per le armi… La famiglia è la mia vera normalità, la mia àncora". È il legame più importante per Pierfrancesco Favino come uomo. "Se c’è una cosa che patisco, è il fatto di essere spesso lontano".
Niente fede al dito, anche se è felice da quattordici anni con Anna Ferzetti e le loro due figlie, Greta e Lea. "Parlo di lei come di mia moglie. Non sono contrario al matrimonio, anzi per me ha un grande valore. Conta quello che abbiamo costruito. Non mi basta pensare: visto che stiamo insieme dobbiamo fare per forza una festa. Le cose arrivano quando devono arrivare".
Cannes, per esempio. Con Bellocchio. "Ci sono andato per la prima volta, dopo trent’anni di carriera. Quindi, non è che non sono sposato perché tengo aperte delle altre opzioni... Non mi interessano". Del "Traditore" gli resta una dolce nostalgia del Brasile, altro tema in comune con il boss dei due mondi. "Che sole, che caldo, che natura, che meraviglia. È endorfina pura". Negli ultimi due anni è passato dal festival di Sanremo al film sui moschettieri, dal boss a un Craxi visto più nel privato che nel pubblico. È un po’ Zelig? "Cambiare è divertimento e sfida. E in fondo io sono così. Sono tutte queste cose. Mi piace il film impegnato ma ogni tanto la commedia è curativa. Un po’ di leggerezza ci vuole. Ho scelto il mestiere che mi permette di essere un tantino schizofrenico, uno, nessuno, centomila".
Ultima analogia con Buscetta: l’eleganza. "Ho parlato con il sarto che gli confezionava i completi: uno dei suoi miti era Gianni Agnelli. Era vanitosissimo. E devo confessare che a me il gioco della moda non dispiace. È parte del mestiere, mi diverte, senza diventare un’ossessione. Ci sono i giorni dei jeans e maglietta e quelli dello smoking". Solare, rilassato, si capisce che il traguardo dei cinquant’anni (in agosto), non lo preoccupa minimamente. "Sto benissimo. Anzi, dicono che i 50 sono i nuovi 35".
14.07.2019


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