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Stefano Bartolini
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"Vi spiego la mia ricetta
per poter esere felici"
FEDERICO BASTIANI


Lavorare per vivere o vivere per lavorare? La notizia che Microsoft in Giappone ha introdotto la settimana lavorativa di quattro giorni, ha riacceso il dibattito sul senso della nostra società incentrata sul lavoro e sul consumismo sfrenato. L’esperimento giapponese è stato un successo: la produttività è aumentata, le assenze diminuite e il consumo di elettricità in ufficio si è ridotto. Il professor Stefano Bartolini, che insegna Economia della Felicità all’Università di Siena, non è meravigliato di questo dato. "Ci sono tanti studi che dimostrano che la gente felice lavora meglio e per essere felici non bisogna essere stressati dal lavoro".
Bartolini nel suo libro "Manifesto per la felicità" prova ad analizzare i meccanismi perversi della nostra società che oggettivamente non hanno più senso in un’ottica di miglioramento delle condizioni di benessere. "Lavoriamo sempre di più per fare cosa? La nostra società ha creato il più grande apparato propagandistico, la pubblicità. Le persone pensano che siano il frutto delle dittature ma non è così, è il capitalismo ad averlo creato". L’industria della pubblicità è la seconda del pianeta dopo il petrolio. Se in politica una volta esistevano gli opposti, il capitalismo ed il comunismo, oggi non esiste nessun contrappeso all’impostazione della nostra società consumistica. È famoso il detto "il denaro non fa la felicità". "Il profilo delle persone felici è abbastanza definito. Un po’ di soldi servono ma è dimostrato che oltre una determinata soglia non esiste più alcuna correlazione fra denaro e felicità, è un dato scientifico", spiega.
Il meccanismo è davvero perverso. Se il mare vicino a casa è inquinato, lavorando di più ci possiamo permettere una piscina o una vacanza ai Caraibi. Se la nostra città diventa troppo pericolosa per uscire la sera, possiamo comprarci un home theatre e stare in casa. Possiamo difenderci dal degrado ambientale e sociale comprando qualcosa, dunque il degrado produce crescita ed aumenta il Pil ma si è costretti a lavorare sempre di più. Bartolini individua nella carenza di relazioni interpersonali parte del problema. Lavorare troppo implica avere sempre meno tempo per relazionarsi con gli altri. "Ci sono studi sulla cultura del consumo che mostrano come le persone che mettono i soldi al centro della propria vita abbiano relazioni peggiori perché tendono ad avere relazioni strumentali; mentre le relazioni funzionano se sono genuine, disinteressate e non utilitaristiche. Anche qui torniamo all’inizio, è tutto alimentato dalla cultura del consumo".
Lo scenario è inquietante perché il problema parte dai giovani di oggi che sono sempre più insoddisfatti, infelici, depressi. "La colpa è nostra. Pensiamo a come abbiamo organizzato le città. Una volta si giocava per strada, oggi non si può più fare. I bambini sono sempre più soli, hanno bisogno dei genitori che li devono portare a fare mille attività. I genitori subentrano agli amici, gestiscono le loro vite. I bambini non hanno più autonomie e si rinchiudono dentro ad uno schermo di un telefono". Basti pensare come sono organizzate le città moderne. I punti di ritrovo non sono più le piazze come una volta ma i centri commerciali. In molte città non sono nemmeno previsti i marciapiedi per camminare perché tutti devono usare l’auto. E allora qual è la ricetta per la felicità?  "Un po’ di soldi nella misura in cui non sei stressato perché non arrivi a fine mese. Fare un lavoro che non si detesti, non lavorare troppo, coltivare relazioni di qualità, fare volontariato, contribuire alla collettività perché questo rende più felici".
23.05.2020


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