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Jeremy Rifkin
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"Dopo il j'accuse alla carne
adesso la lotta alla plastica"
FRANCESCO ANFOSSI


Jeremy Rifkin ha l’esperienza sul campo per rispondere sul ‘68 ambientalista dei "Friday for future", il movimento globale dei giovani guidati da Greta Thunberg che si batte per i cambiamenti del Pianeta. I suoi ricordi corrono a quel 21 ottobre 1967 a Washington, durante una manifestazione pacifista di protesta  di fronte al Pentagono. "Avevo 24 anni, mi ero appena laureato alla Wharton School ed ero a un metro e mezzo di distanza mentre uno studente col girocollo di nome George Harris metteva garofani dentro le canne di fucile della Guardia nazionale", ricorda, mimando il gesto tenendo uniti pollice e indice. La foto di quell’atto coraggioso rimbalzò in tutto il mondo, per poi finire nella storia. Oggi, che di anni ne ha 74, questo economista sui generis non ha perso lo smalto di quei giorni. Ora il suo ‘68 è più ambientale, che politico, ma la sostanza in fondo non cambia. "Non abbiamo molto tempo per decarbonizzare il mondo, l’era verde è alle porte", dice il presidente della Foundation on Economic Trends di Washington e docente alla Wharton School, saggista visionario con notevoli doti di vaticinio nel preconizzare epoche "nuove". Nel suo ultimo saggio "Un green New deal globale", la profezia è il crollo della civiltà della plastica e dei combustibili fossili entro il 2028.
Ma per lo studioso americano - che tra le tante cose è anche consulente dell’Unione europea e del governo cinese -  non si tratta di un’Armageddon petrolifera. Anzi è l’occasione per fare, per così dire, di necessità virtù. "Non lo dico io, lo dice la comunità scientifica, la meteorologia, gli eventi climatici che stanno devastando il Pianeta, il grande movimento globale Friday for future che per la prima volta nella storia manifesta per la salvezza degli uomini, della biosfera, dell’ecosistema e per i nostri amici animali. Nessuno l’aveva mai fatto. Gli scienziati dicono che l’uomo dei combustibili fossili porterà alla sesta estinzione di massa della vita sulla Terra. L’ultima risale a 65 milioni di anni fa". Per Rifkin, se non ci sbrighiamo, faremo la fine dei dinosauri, e non è un modo di dire. Per capirlo, ci basta andare alla finestra.  "Bombe d’acqua, tifoni, uragani, inondazioni, siamo sull’orlo di eventi climatici sempre più violenti. Dal Giappone all’Africa le anomalie si susseguono, persino la California, la quarta area più ricca del Pianeta, non riesce a farvi fronte. Dobbiamo ridurre l’emissione dei gas serra del 45% rispetto ai livelli del 2010 e ci restano solo 11 anni per farlo. Per due secoli abbiamo pensato che la rivoluzione dell’oro nero e della plastica fosse infinita".
Donald Trump, come è noto, non è molto d’accordo. Il presidente americano non ha nemmeno firmato l’accordo di Parigi sui gas serra. Ma per lui parlare di The Donald è una perdita di tempo. "Negli Stati Uniti la consapevolezza di quanto sta accadendo è maggiore e il potere di impedirla non appartiene alla Casa Bianca ma ai singoli Stati federali". Rifkin propone nel suo libro un grande Green New Deal e dopo aver lanciato il suo "j’accuse" alla carne (Rifkin è un vegetariano convinto, il suo libro contro "la cultura della bistecca e dell’ecocidio" è un long seller tra vegani e animalisti) ora lo lancia contro la plastica.
"Il Green New Deal genererebbe il cento per cento dell’elettricità dell’America da fonti pulite e rinnovabili entro i prossimi dieci anni. Modernizzando la rete energetica, riconvertendola, costruendo nuove infrastrutture, nuovi stabilimenti e nuovi edifici, nuove reti di trasporto. Se il passaggio ai veicoli elettrici a energia verde sarà un evento rivoluzionario, la transizione di veicoli senza conducente in servizi di car sharing che l’accompagnerà avrà un impatto non meno rivoluzionario".
04.07.2020


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