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Simone Moro
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"Delle vette mi affascina
il silenzio e la solitudine"
GIUSEPPE ZOIS


L'ultima non ha avuto gli attributi che normalmente contraddistinguono le spedizioni che fanno epoca ma, a modo suo, è comunque una conquista, perché uscire vivi da un abisso di crepacci e ghiaccio è una grande impresa. Simone Moro, un sicuro re sul trono dell’alpinismo mondiale, ha iscritto anche una quasi tragedia nel suo palmarès. Il 18 gennaio 2020 resterà una data memorabile nella vita sua e di Tamara Lunger: insieme stavano tentando la scalata al Gasherbrum I e II nella catena montuosa del Karakorum, sull’Himalaya: all’improvviso lui è finito in un crepaccio. Venti metri a testa in giù, sbattendo schiena, gambe e glutei sulle lame di ghiaccio. Racconta: "Siamo arrivati a un soffio da un terribile epilogo. Tamara per fortuna riuscì a bloccare la caduta, poi ci inventammo il sistema per uscire da quel buco micidiale. È stata un’esperienza forte che mi ha lasciato addosso molto".
L’alpinista bergamasco, 54 anni il prossimo 27 ottobre, è il più alto - in assoluto - termometro dei cambiamenti climatici. La sua è una diagnosi che chiama tutti a un’urgente coscientizzazione, nessuno escluso: "Non è che si ritirano solo i ghiacciai lontani della Groenlandia, dell’Himalaya o del Monte Bianco. Spariscono e si ritirano anche i ghiacciai del Morteratsch, sul Bernina, dell’Adamello, del massiccio dell’Ortles Cevedale... I crolli sempre più frequenti, come sulle Dolomiti, avvengono perché si sciolgono i ghiacci che all’interno cementano le pareti. Si sbriciolano i pilastri di roccia che compongono in maniera calcarea questi monoliti". Succede vicino a noi. Il surriscaldamento del pianeta c’è e non possiamo aspettare che arrivi qualcuno con la bacchetta magica a risolvere un’emergenza colossale. "Tocca a noi modificare i nostri comportamenti, la doccia invece di durare dieci minuti abbassiamola a due, il termostato piuttosto che sui 23 gradi in inverno portiamolo a 18-19 e al posto di prendere gli ascensori e le scale mobili, proviamo anche ad andare a piedi".
Quindi risparmio energetico, risparmio d’acqua, risparmio di emissioni. "Se ci attiviamo subito, lo salviamo noi il pianeta". Fin da ragazzo questo scalatore, che è anche aviatore e scrittore, vive in simbiosi con la montagna: "Alla sua scuola sono diventato adulto. La montagna è anche la metafora della vita negli elementi che incontri: il desiderio, la bellezza, le rinunce, gli ostacoli, la solidarietà, l’amicizia. I suoi corsi sono aperti a tutti, gratis. Non si paga nessuna retta per partecipare alle sue lezioni. Bisogna però volerci andare".
Simone Moro detiene il record di maggior numero di ascensioni in prima invernale sugli ottomila metri. Montagna sempre, preferibilmente nella stagione più dura. Spiega quest’attrazione speciale: "D’inverno tutto è fermo, anche sull’Himalaya e così posso ammirare un pianeta com’era cento o mille anni fa, senza alcuna traccia umana. Mi immergo in un’avventura e un’esplorazione che oggi è un po’ più difficile vivere perché anche le montagne e le catene più sperdute sono meta di un numero crescente di viaggi o spedizioni. La mia è la ricerca di un mondo selvaggio e di solitudine, in cui l’arte di sopravvivere devo metterla in atto io, senza sconto alcuno, arrangiandomi. Lì capisci quali sono i tuoi limiti, i difetti, le difficoltà, le tue risorse fisiche e interiori".
Al punto in cui siamo c’è da chiedersi quanto spazio resta per il sogno nell’alpinismo d’oggi. Moro è positivo: "Ce n’è ancora molto. L’alpinismo è ben lontano dall’essere morto. Morirà quando non ci saranno più fantasia e voglia di sognare. Ma in quel momento purtroppo sarà sparito l’uomo. Significa che saremo diventati delle macchine e il mondo delle macchine è senz’anima, senza passione".
Un’ultima curiosità ineludibile riguarda l’equipaggiamento per un’ascesa sui tetti della Terra. Fisico asciutto, agile come uno scoiattolo, Simone cerca di stare il più leggero possibile: "Porto il necessario e non il superfluo, uno zaino di una quindicina di chili. Nell’Himalaya ogni chilo conta al punto che può anche inficiare una prestazione. Io non sono uno che esalta il peso dello zaino quanto piuttosto la capacità di saperlo fare bene".
17.10.2020


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