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Xavier Dolan
Immagini articolo
"Piango spesso, guardo film
e scrivo film con il cuore"
ROSELINA SALEMI


Non è più il ragazzino scapestrato con i capelli platino e il completo verde prato. Non è più l’enfant prodige soprannominato con un pizzico di cattiveria per i suoi precoci successi "lo stronzetto". Xavier Dolan, canadese, gay dichiarato e genio ribelle, ha compiuto 32 anni, perciò si veste "serio", cravatta e camicia bianca di giorno, smoking per il red carpet la sera. È un po’ nervoso da quando ha incassato le prime stroncature per La Mia Vita con John F. Donovan ma resiste. L’anno scorso è tornato al Festival di Cannes che gli ha sempre dato soddisfazioni (Premio della giuria 2014 per Mommy e Gran Prix 2016 per È solo la fine del mondo) portando l’intimo, gridato, a tratti doloroso Matthias e Maxime.
Non ha vinto niente, e il film, rallentato dalla pandemia, oggi è visibile in streaming su Chili e Sky. Però è contento, perché si è scritto una parte su misura, e recita. È curioso sentirgli dire che considera "meno stressante e frenetico" stare davanti alla macchina da presa.
"Mathias e Maxime - spiega Dolan - mi ha permesso di aprire un nuovo capitolo della mia vita e della mia carriera, di sperimentare qualcosa di leggero e dolce. Sono più maturo. Mi sento pronto a scoprire cose nuove. In un cottage, nel verde del Quebec, con un gruppo di amici, ho scritto le prime quaranta pagine e poi abbiamo lavorato insieme divertendoci moltissimo. Certe volte, sul set, improvvisavamo e le prove si trasformavano regolarmente in feste!".
C’è chi lo accusa di ripetersi, di parlare solo di due cose, le madri e i gay, ma lui protesta: "Non sono d’accordo. Innanzitutto, senza qualcuno che ci metta al mondo, non esisteremmo. Sono affascinato da questa figura pazzesca che non si finisce mai di esplorare. E poi, io parlo d’amore. Nessuno dice ‘che bella storia d’amore etero che ho visto al cinema!’, perciò non credo che esistano i film gay. La sessualità è una forma di identità che dà potere. Il diverso, in tutte le sue forme fa paura. Per fortuna, rispetto alla mia generazione, i ventenni di oggi sono più liberi riguardo a genere e libertà sessuale, baciare un uomo, baciare una donna...".
Gli piacciono "le storie di sognatori e combattenti che lottano per essere quello che vogliono". La società non li accetta perché, dice, "la loro autenticità fa emergere la nota falsa degli altri. Parlo di uomini che desiderano diventare donne, uscire da un difficile rapporto madre-figlio o trovare un posto nel mondo. Possono essere sconfitti, ma non li considero perdenti perché hanno combattuto in nome di un’idea, di un desiderio".
Ha gli occhi lucidi, si commuove con facilità: "Io piango per tutto, non riesco a trattenere le lacrime, non ci riesco neppure adesso, perché sono emotivo. Guardo i film con il cuore, scrivo i film con il cuore". Incredibile, pur essendo un autore tutt’altro che pop trova emozionante Titanic. "Lo adoro! L’ho dichiarato a una cena che doveva, in teoria, essere ‘informale’. Invece c’erano Wes Anderson, Ron Howard, Charlize Theron, Bennett Miller, Sean Penn, Julian Schanbel. Miller chiedeva: qual è il tuo film preferito? Tutti citavano opere impegnate, pellicole degli Anni ‘30, registi africani. Un po’ me ne vergogno, ci sono troppi buchi nella mia cultura cinematografica. Comunque sì, considero Titanic un capolavoro dell’intrattenimento moderno".
Voleva essere Di Caprio, forse. "Volevo recitare, ma mi dicevano: sei troppo alto o troppo basso, o troppo giovane... Era frustrante. Allora ho deciso: le storie me le scrivo da solo. È così che sono diventato regista".
24.04.2021


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