Tra gli spagnoli separati da barricate ideologico-culturali
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"Tengo miedo"...
la paura dei catalani
GIUSEPPE GROSSO DA BARCELLONA


"La conseguenza più nefasta di tutta questa vicenda è la frattura che si è creata nella società catalana". È sinceramente amareggiato Conrado Clemente, 63 anni, rappresentante farmaceutico nato e cresciuto a Barcellona, dove la situazione resta quanto mai tesa dopo la sospensione dell’indipendenza catalana da parte del governo di Madrid, mentre dal Belgio il presidente deposto, Carles Puidgemont, ha lanciato la sua campagna elettorale dall’esilio verso il (ri)voto del 21 dicembre prossimo. "Pensi - prosegue Clemente - che con alcuni amici d’infanzia abbiamo rotto i rapporti; ci sono famiglie che non si parlano più, colleghi separati da barricate ideologiche. Ovunque, unionisti contro indipendentisti".
Prima di continuare si guarda attorno: "Non si sa mai: ormai bisogna stare attenti a parlare di queste cose". Ma nel bar del Paseo de Gracia, nel centro della ciudad condal, c’è solo qualche rumoroso gruppo di turisti stranieri: "Vogliono costringerci ad una specie di abiura culturale - riprende -. Io sono catalano e spagnolo, ma un nazionalismo miope e anacronistico vuole farmi rinunciare a una parte della mia identità. Gli indipendentisti parlano della Repubblica catalana come di una potenziale Svizzera iberica, ma cosa c’è di vero dietro la retorica della terra promessa?". Chissà.
La cosa certa, per ora, è che dal giorno della dichiarazione di indipendenza migliaia di aziende (tra cui le due principali banche catalane, Sabadell e Caixa Bank) hanno cambiato sede fiscale. L’instabilità politica e le frontiere, del resto, non vanno d’accordo con il capitale. Lo sa bene Joan Mauri, imprenditore nato a Barcellona ed emigrato da ragazzo in Cile. "Sono tornato non appena ho capito che gli eventi stavano precipitando; e ho trovato una Catalogna ostile, che non riconosco più e che mi fa paura". Ce l’ha scritto anche sulla bandiera che indossa come una maglietta: Tinc por-Tengo miedo, in catalano e in spagnolo. "Perché scegliere quando si può essere allo stesso tempo catalani e spagnoli?".
"Perché la scelta è l’essenza della democrazia", ribatte a distanza Francisco Fajardo, nato a Cordoba e arrivato a Barcellona nove anni fa. "Io, andaluso e contrario all’indipendenza, ho votato al referendum del primo ottobre per difendere il diritto degli indipendentisti ad esprimere la loro idea. Non ho parole per condannare la violenza dello Stato, che non fa che ravvivare la fiamma dell’indipendentismo. Siamo di fronte ad una questione politica, che non si risolve né con gli arresti né con il manganello".
Per Aurora Hebrero, invece, il referendum è stato solo "uno spreco di soldi pubblici". Cinquantanove anni, professoressa di liceo, Aurora vive con preoccupazione la crisi catalana da Madrid: "Noto, tra Catalogna e il resto di Spagna, un clima di reciproca diffidenza, che i politici di entrambe le sponde fomentano per perseguire i loro interessi. Serve educazione, soprattutto sul versante catalano: questa assurda cultura della differenza è anche il frutto avvelenato un sistema educativo che crea separazione e intolleranza".
Da Barcellona, però, le cose si vedono sotto un’altra prospettiva: "Il bilinguismo è sinonimo di ricchezza culturale e di apertura. E poi il catalano è la nostra lingua". Muriel Arimon, 37 anni, divulgatrice scientifica, è un’indipendentista convinta. "L’indipendenza non è un fine, ma uno strumento per cercare di costruire un Paese migliore: più giusto, più prospero, più democratico e più concentrato su questioni come la ricerca e la sanità. Obiettivi impossibili da raggiungere sotto il controllo, anche economico, dello Stato spagnolo. Ovviamente l’indipendenza non garantisce di per sé un Rinascimento catalano, però è l’ineludibile punto di partenza di un nuovo progetto di Paese".
12.11.2017


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