Anatomia del leghista pronto a portare l’Italia al voto
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Il tiranno Salvini
al ballo del Papeete
FILIPPO CECCARELLI DA ROMA


Quando Matteo Salvini monta sui palchi, ormai di regola mettono il "Nessun dorma" di Pavarotti, a riprova che il melodramma resta l’anima nemmeno troppo nascosta del potere in Italia.
Insieme alla commedia, beninteso, per cui nulla rimane serio per più di due giorni. Così nei mesi scorsi, alla fiera di Verona, Salvini è stato issato a cavallo; ad Afragola un tipo gli ha baciato la mano; e in Sardegna si è fatto vivo il sindaco di un paesino per sancire il massimo dell’immedesimazione: "Io sono Salvini, anche come carattere".
Questa attitudine teatrale, tutta degli italiani, è una risorsa e insieme una dannazione che si riverbera in un’articolata varietà nel sistema mediatico; per cui un’osservatrice-ammiratrice del genere hard, Annalisa Chirico, ha spiegato a radio-Zanzara che ai comizi - un quarto d’ora di parole e tre quarti di selfie - Salvini intrattiene "un rapporto carnale", con la folla, "quasi un osmosi"; mentre l’altra sera sull’ammiraglia Rai1, tra un "mi consenta" e l’altro, il conduttore Francesco Giorgino particolarmente mellifluo ha ritenuto di congedarsi dall’uomo forte e acclarato divoratore social consigliandogli un ristorante "dove si mangiano ottimi ricci di mare".
Lo stesso Salvini, del resto, pare consapevole del suo "momentum", o "kairòs", come gli antichi latini e greci designavano il supremo successo che occorre sfruttare prima che il "carisma", altro termine classico abusato da giornalisti orecchianti, si consumi o peggio si ribalti nel suo contrario. Sta di fatto che alla festa della Repubblica, passeggiando a braccetto della sua giovanissima amante nei giardini del Quirinale, l’hanno sentito scherzare: "Vengono tutti a salutarmi e a toccarmi, forse perché guarisco anche gli infermi". Ora, il numeraccio taumaturgico, pure esteso alla guarigione delle balbuzie e all’accarezzamento delle pance delle donne gravide, è stato a lungo una prerogativa di Silvio Berlusconi. Ma qui tutto adesso corre molto più velocemente e il leader sovranista chiede i "pieni poteri".
Vale dunque la pena di riandare indietro nel tempo, agli albori della Repubblica, quando i Padri Costituenti vararono un quadro di norme che chiaramente risentiva di quello che fu in seguito chiamato "il complesso del tiranno" o "sindrome di Weimar". In buona sostanza un compromesso costituzionale, un incrocio di convenienze e paure attraverso cui Pietro Nenni si cautelava contro il ritorno del fascismo, Alcide De Gasperi contro una possibile dittatura comunista e Palmiro Togliatti, dopo il 18 aprile 1948, contro un regime clerico-democristiano. Di qui la concordata impossibilità, per 70 anni, di un presidente con "pieni poteri"; e di qui anche la ricorrente e facilona accusa di fascismo a quanti - vedi Fanfani, Craxi, Berlusconi e anche Renzi - qualche pensierino a quella pienezza di comando bene o male ce lo faceva.
Il punto interessante, semmai, è che i tiranni cambiano e si adeguano ai tempi. E se Salvini, al netto dell’indubbia abilità recitativa, non perde occasione per rivendicare Dio Patria Famiglia, Ordine & Disciplina, i Nostri Figli e le Nostre Terre, senza contare il grembiulino a scuola, le foto ora in divisa e ora in armi, la Madonnina e la ruspa punitiva, ecco, sembra qui a suo modo significativo che l’altra notte un’anonima mano gli abbia reso in omaggio una t-shirt con su scritto: "Dj".
Osservate con il senno di poi - come sempre accade, ma stavolta di più - le immagini del Papeete di Milano Marittima fanno tutto un altro effetto. Il frastuono di Mameli, le cubiste maculate con la mano sul petto, le moltitudini urlanti e lui a torso nudo nello spazio sacro della consolle con il bicchierone di Moijto verde in mano: una visione, un sogno o forse un presagio, anche se poi l’estate, come tutto nella vita e nel potere, finisce.
11.08.2019


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